Paola e la sua "danza del cuore"

Altro 24 Gennaio 2012 ore 14:53

(24 gen) Ha insegnato a danzare a migliaia di biellesi, dopo una carriera professionale che l’ha portata a esibirsi in Italia e nel mondo. Paola Olivero, dal settembre scorso ha lasciato la direzione dell’Arabesque alla sua (ex) allieva Stefania Vannucci (insieme nella foto Studio Immagine). Una decisione, quella di abbandonare la direzione della scuola di danza di Biella dopo 37 anni, «che inizialmente non ho preso a cuor leggero, anche se ora sono serena». Dietro a questa scelta, “ufficializzata” solo il mese scorso, durante lo spettacolo "Una mano dalla danza", all’Odeon, «motivi di carattere familiare, ma anche il desiderio di dedicarmi ad altri interessi». Lo afferma con convinzione, Paola Olivero, ma si coglie, guardandola negli occhi, ascoltando la sua voce rotta a tratti dall’emozione, che, nonostante il suo “ritiro”, la danza è e continuerà a far parte della sua vita. È lei stessa a confermarlo: «Continuerò a insegnare nella scuola ancora per qualche anno, seguendo gli allievi dei corsi professionali». Ha insegnato a danzare a migliaia di biellesi, dopo una carriera professionale che l’ha portata a esibirsi in Italia e nel mondo. Paola Olivero, dal settembre scorso ha lasciato la direzione dell’Arabesque alla sua (ex) allieva Stefania Vannucci (insieme nella foto Studio Immagine). Una decisione, quella di abbandonare la direzione della scuola di danza di Biella dopo 37 anni, «che inizialmente non ho preso a cuor leggero, anche se ora sono serena». Dietro a questa scelta, “ufficializzata” solo il mese scorso, durante lo spettacolo "Una mano dalla danza", all’Odeon, «motivi di carattere familiare, ma anche il desiderio di dedicarmi ad altri interessi». Lo afferma con convinzione, Paola Olivero, ma si coglie, guardandola negli occhi, ascoltando la sua voce rotta a tratti dall’emozione, che, nonostante il suo “ritiro”, la danza è e continuerà a far parte della sua vita. È lei stessa a confermarlo: «Continuerò a insegnare nella scuola ancora per qualche anno, seguendo gli allievi dei corsi professionali».

Sul palco. L’amore di Paola Olivero per la danza è cominciato quando lei era ancora una bambina e viveva a Torino. «Avevo 9 anni - racconta - quando iniziai a studiare danza classica con Sara Acquarone. Fin da subito emersero le mie qualità, e così i miei genitori furono ben contenti di farmi proseguire gli studi». Studi che la portarono a Londra, dove, all’età di 18 anni, si trovò a frequentare l’Upper School del Royal Ballet («fui ammessa dopo aver superato un’audizione»). Poi, il rientro in Italia, a Milano, per completare gli studi al Teatro alla Scala. Quindi i primi contratti di lavoro con il coreografo Ugo Dell’Ara, che la volle nella sua compagnia, al Teatro Massimo di Palermo. Da lì prese il via la sua carriera artistica, che la proiettò in tutta Italia: dal Teatro Massimo di Palermo all’Arena di Verona, al Regio di Torino, al Comunale di Firenze. «Ballai anche con il Balletto di Roma - ricorda Paola Olivero - e presi parte pure a una tournée oltreoceano, con Gino Landi. Lo spettacolo che presentavamo si intitolava "Festa italiana", e proponeva le danze più caratteristiche delle varie regioni del Belpaese, dalla tarantella ai balli sardi. Sul palco, accanto ai danzatori, c’erano sbandieratori, carrozze trainate da cavalli, ecc., e venivano rappresentate persino scene di battaglia. La prima tappa fu in Canada, ma il debutto ufficiale avvenne a New York. In seguito ci esibimmo anche a Detroit, Pittsburgh, Chicago...».

A Biella. «Dopo anni di professionismo - afferma Paola Olivero - mi ero un po’ stancata del mondo della danza: le invidie e i favoritismi, che non mancavano mai, mi avevano fatto perdere l’entusiasmo per quella professione, anche se l’amore per la danza non era venuto meno. Proprio in quel periodo conobbi colui che sarebbe diventato mio marito. Accadde che la mia famiglia si era nel frattempo trasferita nella casa di villeggiatura di Camandona, e mio padre fu ricoverato all’ospedale di Biella per un’ulcera: fu così che mi capitò di incontrare Gigi, che all’epoca lavorava come infermiere».

Nuova vita. «Mi sono sposata nel 1971 e l’anno successivo è nato Paolo. Ciononostante, quello, il ’72, è stato anche l’anno “peggiore” della mia vita», dice Paola Olivero. Che aggiunge: «Avevo trovato lavoro in un’agenzia di assicurazioni, però mi resi subito conto che quell’impiego non faceva per me... Un giorno, Maurizio Scaramuzzi mi propose di inserire un corso di danza classica nella sua palestra di via Pietro Micca, a Biella, e io accettai: iniziai con due sole alunne, ma già l’anno successivo gli allievi erano saliti a dieci».
Ecco, quindi, l’esigenza di rendersi indipendente, di aprire una scuola vera e propria. L’Arabesque vide la luce nei locali sotterranei della Standa, a Biella, dove rimase per circa 28 anni. «Con il passare del tempo - ricorda Paola Olivero (che ha ricevuto l’equipollenza dell’abilitazione all’insegnamento da parte dell’Accademia di danza di Roma e la Presa d’Atto Ministeriale) - gli allievi aumentavano come pure i corsi (dalla classica all’hip hop, dal tango al modern jazz), e, parallelamente, cresceva anche la fama della scuola. Da lì, e poi dalla nuova sede di via Candelo 41, dove ci siamo trasferiti circa sette anni fa, sono passati alcuni allievi che poi sono diventati grandi professionisti che si sono esibiti nei teatri di tutto il mondo. Un nome per tutti: Sonia De Cillis, del Teatro alla Scala».

L’insegnamento. «Insegnare mi ha molto gratificata - spiega -. È bello poter trasmettere qualcosa agli altri, vedere i tuoi allievi che migliorano lezione dopo lezione, che fanno progressi. L’emozione? Quella non è mai mancata. Ero emozionatissima quando danzavo, lo ero altrettanto, dietro le quinte, durante i saggi, perché in quel caso era il mio lavoro ad essere giudicato».
Infine, nell’autunno scorso, la decisione di ritirarsi, dopo 37 anni di insegnamento. Una scelta dettata ancora una volta dal cuore, per poter dedicare più tempo alla famiglia. Perché, come dice Paola Olivero, «se le cose non si fanno con il cuore, è inutile farle».
Lara Bertolazzi
bertolazzi@primabiella.it

24 gennaio 2012