«Noi, in colonia cinquant’anni dopo»

«Noi, in colonia cinquant’anni dopo»
Altro 14 Settembre 2016 ore 18:33

TRIVERO - «Eccoli, i miei bambini!». L’elegante signora, un triplo filo di perle al collo e un fiore gonfio al bavero, poggia l’indice sul volto dei bambini in posa, su una fotografia in bianco e nero. Vicino a lei, una donna apre un secondo album e fa notare alla vicina: «Questa qui, è mia sorella! Devo segnare il suo nome...».

Il capannello che si raccoglie attorno al tavolo, sopra le copertine dei due spessi album fotografici, stenta a sfoltirsi. L’attenzione è tutta lì: si osserva, bisogna vedere di riconoscere qualcuno, con il suo permesso magari scrivere vicino al viso il nome e il cognome. In pratica, restituire anima ai ricordi.

Una “rimpatriata”. E in quel soffermarsi per riannodare memorie si concentra tutto il senso della mostra “Aria buona di Montagna. Dalle colonie alpine agli Zegna Camp”, inaugurata sabato a Casa Zegna, a Trivero, e aperta fino al prossimo 30 ottobre. Perché i protagonisti dell’iniziativa sono proprio loro: i biellesi che, nel materiale raccolto, possono riconoscersi o ritrovare un parente e degli amici. Qualcuno, insomma, dei 4mila bambini che hanno frequentato la colonia alpina aperta ai figli dei lavoratori delle aziende dell’Unione Industriale locale, nata da un’idea che Ermenegildo Zegna aveva prima avviato per il personale del suo lanificio. O qualcuna delle “vigilatrici” che su questo stuolo di gioventù ha vegliato, per un paio di settimane estive, tra gli anni 1953 e 1969.

 

Ma di persone che, quell’esperienza della colonia alpina “Monte Rubello” l’hanno vissuta, se ne sono presentate diverse, all’apertura della mostra. I loro racconti, per i visitatori presenti, si sono così intrecciati alla narrazione affidata al percorso espositivo.

Tra di loro, spicca Luisa De Ninno, classe 1920. Ex vigilatrice di Sordevolo: «Ho passato dieci anni in colonia - racconta - Ero già una donna. Ricordo che i bambini erano belli e bravi. Li amavo tutti: una, però, in particolare. Si chiama Marilena, era rimasta orfana della mamma da pochi mesi e, un giorno, mi disse: “Signorina, per favore, sposi il mio papà!”. Marilena mi viene ancora oggi a trovare, è già nonna».

A fianco di Luisa De Ninno, nel 1960, ha lavorato anche Maria Rosa, classe 1940. È lei la signora elegante impegnata nella ricerca “dei suoi bambini”, tra le pagine dell’album: «Avevo vent’anni allora, abitavo a Santhià. Ci occupavamo, in due, di sessanta maschietti. Un grande impegno, dormivamo con loro in un grande camerone, diviso in sezioni da lunghe tende. E, poi, ricordo che il sabato era dedicato alle docce, a Trivero: un pasticcio, eravamo i più turbolenti, alla fine era uno sguazzare unico! In quei giorni, persi anche la voce e mi feci dare un fischietto... Che bella iniziativa, questa della mostra. Mi ha fatto davvero tanto piacere».

«Se ci penso mi viene da piangere», fa eco la considerazione di Luisa De Ninno. Per l’evento ci sono, invece, Rosangela Zanello di Borgosesia, che è stata in colonia tra il ‘59 e il ‘69: «Sono di Pray, i miei genitori lavoravano alla Trabaldo Togna. Quante cantate facevamo, quante passeggiate. Sento ancora il profumo dei mazzetti di ciclamini che raccoglieva-mo per il conte Ermenegildo e la contessa, quando venivano a farci visita...».

Anche Raffaella De Toffol di Biella, che è stata in colonia dai 6 ai10 anni tra il ‘62 e il ‘66, ricorda i ciclamini. E i mirtilli: «Li mangiavo di nascosto e mi pulivo la lingua con un fazzoletto. Ricordo che ero golosa di patatine e polpette, ma odiavo l’insalata e i fagiolini. Mia sorella Tiziana, più grande, la mangiava anche per me. I nostri genitori lavoravano da Rivetti.

In colonia c’era molto rigore, marce e piegamenti, dei giochi amavo la quadriglia e mi piacevano la fiaccolata colorata e i canti di montagna, con i quali ci svegliavano e ci mettevano a letto. Ma ho anche un ricordo pauroso: ci permisero di vedere in televisione “Belfagor”! Sa cosa mi piacerebbe? Che di questa mostra facessero un libro».

Giovanna Boglietti

 

TRIVERO - «Eccoli, i miei bambini!». L’elegante signora, un triplo filo di perle al collo e un fiore gonfio al bavero, poggia l’indice sul volto dei bambini in posa, su una fotografia in bianco e nero. Vicino a lei, una donna apre un secondo album e fa notare alla vicina: «Questa qui, è mia sorella! Devo segnare il suo nome...».

Il capannello che si raccoglie attorno al tavolo, sopra le copertine dei due spessi album fotografici, stenta a sfoltirsi. L’attenzione è tutta lì: si osserva, bisogna vedere di riconoscere qualcuno, con il suo permesso magari scrivere vicino al viso il nome e il cognome. In pratica, restituire anima ai ricordi.

Una “rimpatriata”. E in quel soffermarsi per riannodare memorie si concentra tutto il senso della mostra “Aria buona di Montagna. Dalle colonie alpine agli Zegna Camp”, inaugurata sabato a Casa Zegna, a Trivero, e aperta fino al prossimo 30 ottobre. Perché i protagonisti dell’iniziativa sono proprio loro: i biellesi che, nel materiale raccolto, possono riconoscersi o ritrovare un parente e degli amici. Qualcuno, insomma, dei 4mila bambini che hanno frequentato la colonia alpina aperta ai figli dei lavoratori delle aziende dell’Unione Industriale locale, nata da un’idea che Ermenegildo Zegna aveva prima avviato per il personale del suo lanificio. O qualcuna delle “vigilatrici” che su questo stuolo di gioventù ha vegliato, per un paio di settimane estive, tra gli anni 1953 e 1969.

 

Ma di persone che, quell’esperienza della colonia alpina “Monte Rubello” l’hanno vissuta, se ne sono presentate diverse, all’apertura della mostra. I loro racconti, per i visitatori presenti, si sono così intrecciati alla narrazione affidata al percorso espositivo.

Tra di loro, spicca Luisa De Ninno, classe 1920. Ex vigilatrice di Sordevolo: «Ho passato dieci anni in colonia - racconta - Ero già una donna. Ricordo che i bambini erano belli e bravi. Li amavo tutti: una, però, in particolare. Si chiama Marilena, era rimasta orfana della mamma da pochi mesi e, un giorno, mi disse: “Signorina, per favore, sposi il mio papà!”. Marilena mi viene ancora oggi a trovare, è già nonna».

A fianco di Luisa De Ninno, nel 1960, ha lavorato anche Maria Rosa, classe 1940. È lei la signora elegante impegnata nella ricerca “dei suoi bambini”, tra le pagine dell’album: «Avevo vent’anni allora, abitavo a Santhià. Ci occupavamo, in due, di sessanta maschietti. Un grande impegno, dormivamo con loro in un grande camerone, diviso in sezioni da lunghe tende. E, poi, ricordo che il sabato era dedicato alle docce, a Trivero: un pasticcio, eravamo i più turbolenti, alla fine era uno sguazzare unico! In quei giorni, persi anche la voce e mi feci dare un fischietto... Che bella iniziativa, questa della mostra. Mi ha fatto davvero tanto piacere».

«Se ci penso mi viene da piangere», fa eco la considerazione di Luisa De Ninno. Per l’evento ci sono, invece, Rosangela Zanello di Borgosesia, che è stata in colonia tra il ‘59 e il ‘69: «Sono di Pray, i miei genitori lavoravano alla Trabaldo Togna. Quante cantate facevamo, quante passeggiate. Sento ancora il profumo dei mazzetti di ciclamini che raccoglieva-mo per il conte Ermenegildo e la contessa, quando venivano a farci visita...».

Anche Raffaella De Toffol di Biella, che è stata in colonia dai 6 ai10 anni tra il ‘62 e il ‘66, ricorda i ciclamini. E i mirtilli: «Li mangiavo di nascosto e mi pulivo la lingua con un fazzoletto. Ricordo che ero golosa di patatine e polpette, ma odiavo l’insalata e i fagiolini. Mia sorella Tiziana, più grande, la mangiava anche per me. I nostri genitori lavoravano da Rivetti.

In colonia c’era molto rigore, marce e piegamenti, dei giochi amavo la quadriglia e mi piacevano la fiaccolata colorata e i canti di montagna, con i quali ci svegliavano e ci mettevano a letto. Ma ho anche un ricordo pauroso: ci permisero di vedere in televisione “Belfagor”! Sa cosa mi piacerebbe? Che di questa mostra facessero un libro».

Giovanna Boglietti