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Nives Meroi, la donna che ha sfiorato il cielo

Nives Meroi, la donna che ha sfiorato il cielo
Altro Grande Biella, 21 Giugno 2012 ore 14:30

E’ come se in lei si riassumessero la dimensione concava e  quella convessa della vita. Dove tu vedi un insuccesso, lei ci sa trovare un motivo per crescere. Dove tu nasconderesti un fallimento, lei è capace di mettere in luce l’orgoglio di un’esperienza. In  Nives Meroi, 50 anni, friulana, una delle più forti alpiniste al mondo e unica donna italiana ad aver scalato undici dei 14 Ottomila della Terra senza ossigeno, si racchiude qualcosa in più della semplice femminilità sportiva: «Io non sono solo le montagne che ho scalato: io sono anche quelle di cui non sono stata capace di raggiungere la vetta. Sono la sintesi dei miei successi e dei miei fallimenti, sono le due facce di una medaglia, sono i miei sì e i miei no». Non a caso, dunque, la serata che la vedrà  protagonista sabato al “Giletti” di Trivero in occasione dei 60 anni della locale sezione Cai, ha per titolo proprio “Io sono le montagne che non ho scalato”: «Questo  è l’insegnamento che l’alpinismo e la vita, in definitiva, ci hanno lasciato», chiarisce infatti Nives. Un “ci” che evoca inevitabilmente  l’unione  granitica con il marito Romano Benet, da sempre fedele compagno di cordata, elemento imprescindibile di un pas de deux che in oltre vent’anni  ha sfiorato tutte le vette più alte della Terra.     

Nives, questo è un titolo che è un’ammissione di coraggio.   

«Il filmato che presentiamo è il racconto di due anni nei quali Romano ed io siamo riusciti, tra tante soddisfazioni, a collezionare anche il maggior numero di insuccessi della nostra carriera. Un periodo importante perché ricco, emotivamente e sportivamente, e che ci consente di offrire anche una visione di insieme della vita. Perché la montagna non è altro che questo: una metafora della nostra vita e una grande maestra».

Due anni impegnativi, dunque. Che le hanno lasciato quale impronta?

«L’idea che attraverso le esperienze che ho vissuto, positive e negative, sono stata capace di comprendere un po’ meglio me stessa».       

Esperienze che hanno compreso il difficile momento della malattia di Romano...

«Quello è stato il nostro  “quindicesimo” Ottomila. L’aver condiviso tante spedizioni ci ha consentito di vivere quel brutto momento con pazienza e umiltà, e con la consapevolezza che anche nella vita, come in montagna, bisogna affrontare un passo alla volta senza mai scoraggiarsi».

Che influenza ha l’alpinismo sulla vita di coppia?

«L’aspetto alpinistico, in spedizione, è secondario. Lì interviene un’altra dimensione, che è quella dell’avvicinamento, della lentezza, dell’opportunità di cogliere i particolari. E’ un ritmo giusto, che consente alla coppia di continuare a “parlare la stessa lingua” anche quando si torna a casa, pur nel rispetto delle individualità».

Ma il vostro atteggiamento nei confronti dell’altro cambia quando siete su un Ottomila?

«Macchè... Noi siamo in grado di litigare anche a settemila metri».

Eppure una spedizione solitaria immagino sia impensabile per voi, ormai.

«Romano mi dice sempre che la condivisione delle spedizioni aiuta a ridimensionare i problemi di casa. Viverle insieme ormai è naturale e importantissimo». 

Continua a credere che dissociarsi dalla “corsa” femminile agli Ottomila sia stata la scelta giusta?

«Senza dubbio. Non mi sentivo più a posto con me stessa in quel contesto: una gara presuppone condizioni paritarie per tutti i concorrenti, e lì non era così. In ogni caso, scelta giusta ma occasione persa».

In che senso? 

«Nel senso che quella sarebbe potuta diventare l’occasione, per le donne alpiniste, di esprimersi al loro meglio. Le donne in montagna possono lasciar emergere le loro qualità peculiari: la pazienza, la lentezza, il gusto per la conoscenza... Valori aggiunti passati in secondo piano, perché alla fine ci si è adeguate al peggior alpinismo maschile».

Oggi vige il tacito diktat dell’“in cima a qualunque costo”. Per lei invece il rigoroso rispetto dello stile alpino ha un significato importante...  

«Sì, anche se neppure noi rispettiamo sempre i  rigidi dettami dello stile alpino puro, ad esempio quando facciamo ricorso alle corde fisse. Quel che a noi interessa, comunque, è l’espressione di quel che siamo: affrontare una montagna con onestà, senza ossigeno e senza aiuti, è semplicemente il nostro modo di essere. A me l’alpinismo  ha sinceramente insegnato a ridimensionare ogni cosa, a fare i conti con il fatto che non sono onnipotente... Non è una forma di integralismo».

Insolito, in un ambiente in cui spesso domina l’apparenza più della sostanza.

«Sì... in fondo l’alpinismo è figlio del suo tempo. Noi  non siamo fatti per vivere a certe quote e lì ognuno finisce per rivelarsi per quel che è». 

Tanto che in genere viene fuori il peggio.

«Naturale, in un contesto in cui regnano l’ambizione e la proiezione di desideri diversi dalla semplice salita. Penso ad esempio all’Everest, assalito costantemente da migliaia di persone».

Simone Moro lo ha definito “un altro Gardaland”.

«Io direi piuttosto “la vetrina più alta del mondo”. Tutti vogliono andarci perchè tutti li possono vedere».

E’ stato quello il suo Ottomila più bello?

«Lì era come sfiorare il cielo, ma, a dover scegliere, ricorderei piuttosto il nostro “K(in)2”: una salita che io e Romano abbiamo vissuto in solitaria e senza aiuti da 6.800 metri. A pochi metri dalla cima ricordo che mi sentivo strana, poi ho capito che stavo semplicemente piangendo. Non lo scorderò mai».

Veronica Balocco

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