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Macchetto: "In cima, ma so sempre cosa rischio"

Macchetto: "In cima, <BR>ma so sempre cosa rischio"
Altro Grande Biella, 04 Ottobre 2012 ore 13:18

Che sia stato un modo per rendere indirettamente omaggio a chi quella vetta non ha più potuto raggiungerla. Che sia stato, più semplicemente, il modo per affermare che in montagna, come nella vita, the show must go on. O, forse, che sia stato solo il desiderio di farcela, nonostante tutto. Fatto sta che la guida alpina Luca Macchetto, 37 anni, di Occhieppo Superiore, ha vinto la battaglia per cui era volato in Nepal: domenica 30 settembre, approfittando di una finestra di bel tempo, ha toccato (rigorosamente senza ossigeno) la vetta del Manaslu, 8.163 metri. La stessa cima per la quale avrebbero voluto lottare e soffrire anche le undici persone uccise dalla valanga che, solo la domenica prima, aveva raso al suolo campo 3, segnando così una delle più gravi tragedie dell’alpinismo himalayano.

Macchetto, in collegamento dal campo base, ci racconta così la sua cima.

Luca, per lei è stato il primo Ottomila. Che sensazioni ha provato una volta lassù? «La mia non è stata un’impresa, ma un'esperienza personale e un sogno realizzato. Un’avventura fisica e psicologica intensa, perché camminare a 8.000 metri senza ossigeno è dura, almeno per me. Cos’ho pensato lassù in vetta?  Ero stanco, molto stanco. L’acclimatamento non era terminato,  ma causa prima il brutto tempo, poi la perdita del campo 1, quindi  la valanga, abbiamo dovuto cambiare e modificare,  giustamente, i programmi. Comunque ero felice. Il tempo era bello, c’era un magnifico panorama e praticamente non c’era nessuno oltre a me, visto che del mio gruppo di sei, dell’agenzia Mountain Kingdom di cui faccio parte, sono arrivato in vetta solo io. Solo qualche minuto dopo è arrivato uno sherpa con un cliente di una spedizione commerciale. Abbiamo scattato qualche fotografia, poi lui è sceso. Io sono rimasto in cima ancora 20 minuti, forse 30».

Come si è svolto l'attacco finale alla vetta? «La finestra di bel tempo, dura in genere pochi giorni poi arrivano i forti venti di jet stream e la stagione finisce. Quindi abbiamo deciso di provare saltando un campo per sfruttare la giornata di domenica. Siamo partiti il 27 per campo 1, il 28 eravamo a campo 2, il 29 a campo 3. L’ultimo giorno, la sveglia era puntata alle  23. A mezzanotte e mezza siamo partiti in quattro. La salita è impegnativa fino ai 7.400m del campo 4, poi è un’alternanza di dolci pendii e ripidi muri di neve e ghiaccio. Due dei miei compagni si sono fermati a 7.550 metri a causa del freddo ai piedi, mentre il terzo si è arreso poco dopo. Io sono arrivato in vetta alle alle 11.30 circa».

 
Dicono che il momento più critico sia la discesa: lei come l'ha vissuta? «In discesa mi sono fermato nuovamente  al campo 3, che ho raggiunto alle 4 del pomeriggio. Sono sceso senza problemi anche se ero stanco. A campo 3 ho trascorso una notte un po’  agitata a causa del vento e della tensione, poi la mattina ho smontato tutto e sono sceso a campo 2 dove mi aspettavano due compagni. Da qui abbiamo iniziato la lunga discesa al campo base, sempre in collegamento radio con Cesare  (Cesa Bianchi, coordinatore della spedizione Mountain Kingdom, ndr), che ci ha sempre seguiti».

Non è stata una spedizione facile. La tragedia della valanga a campo 3 come vi ha cambiati? «Dopo la valanga del 23, dopo aver profondamente riflettuto sia tutti insieme che ciascuno per sè, e dopo esserci confrontati con altre spedizioni e alpinisti presenti e ovviamente con i nostri sherpa, abbiamo preso le nostre decisioni improntate alla massima libertà di azione. Eravamo  ben consci dei rischi che l’andar per monti sempre e comunque presenta. Alcuni dei nostri hanno  rinunciato alla salita, mentre io con Cesare e altri tre compagni abbiamo deciso di valutare le condizioni della montagna non da campo 2, ed eventualmente dal campo 3. Lì, dopo un attenta valutazione delle montagna, abbiamo preso la decisione di proseguire».

Come ricorda il momento della valanga? «In quell’istante ci trovavamo a campo 2, a circa 6.360 metri. Quello è un campo diviso in due parti: la più bassa, dove ci trovavamo noi, è stata interessata dallo spostamento d'aria provocato dalla valanga e non ha subito danni, mentre il campo 2 alto è stato interessato dallo spostamento d'aria che ha danneggiato alcune tende e disperso materiale.  Con l’arrivo della luce, ci siamo accorti che campo 3 era stato investito dalla valanga. Abbiamo visto partire  un gruppo di persone diretto verso il luogo dell’incidente, mentre dal campo base l’elicottero ha incominciato a compiere rotazioni per prestare soccorso». 

Tra i morti c'è anche l'italiano Alberto Magliano. Vi eravate parlati? «Ho avuto modo di conoscere Alberto una mattina nel loro campo. Ero andato con i miei compagni a trovare Gnaro Mondinelli e Christian  Gobbi e abbiamo trascorso alcune ore piacevoli a parlare. All’inizio abbiamo avuto quasi 6 giorni consecutivi di tempo brutto, ed è normale in questi casi andare a trovare amici e conterranei».
Dove si trova il coraggio per ricominciare a scalare dopo una tragedia come quella cui ha assistito?
«Ognuno ha deciso in piena libertà, ma ben consapevole che alcuni rischi, nel salire le montagne, sempre ci saranno. La valanga è stata provocata dalla caduta di un seracco, un evento imprevedibile». 

Ha mai paura quando scala? «Più che paura e timore, è rispetto della montagna: è il campanello d’allarme che ti fa tornare indietro o ti dice attenzione». 

A chi ha dedicato questo Ottomila? «Non ho fatto una dedica, ma so bene che  c’è chi a casa vive molto diversamente, rispetto a me, il mio andar per monti. Per me andare in montagna è prima di tutto un piacere, poi una grande passione  che nel tempo si è anche trasformata nella mia professione».

Programmi? «Ora siamo al campo base. Il 5 scenderemo a Samagon e il 6 inizieremo il trekking di rientro. Il volo di rientro è previsto per il 19».

In futuro, ancora Ottomila? «E’ presto per dirlo. Però l’altissima quota esercita un grande fascino».

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