“L’obiettivo del Malvarosa è l’integrazione sociale”

La strada per raggiungere il suo obbiettivo è ancora lunga, ma Edoardo Verrengia un primo passo l’ha già compiuto. Con l’inaugurazione, un anno e mezzo fa, del ristorante “Malvarosa” di Lessona.

“L’obiettivo del Malvarosa è l’integrazione sociale”
Cossatese, 19 Gennaio 2019 ore 13:00

“L’obiettivo del Malvarosa è l’integrazione sociale”. Parla Edoardo Verrengia, componente del Cda nella cooperativa Porte Aperte Onlus.

Il passo

Ha investito gli ultimi tre anni alla realizzazione di un sogno: permettere alle persone con disabilità, come suo figlio Francesco, di condurre una vita serena, di alzarsi la mattina e potersi recare al lavoro, in un luogo che sia vicino casa. La strada per raggiungere il suo obbiettivo è ancora lunga, ma Edoardo Verrengia un primo, importante passo, l’ha già compiuto. Con l’inaugurazione, un anno e mezzo fa, del ristorante “Malvarosa” di Lessona, ha creato un luogo unico e speciale, dove i giovani con disabilità possano lavorare in sintonia con gli altri e integrarsi nella società che li circonda senza essere guardati con occhio diverso. Ed ora, a Bioglio, ha fatto il bis con la “Foresteria” di Banchette, ristorante-pizzeria aperto a novembre grazie anche all’aiuto dell’amministrazione comunale che ha contribuito all’acquisto della cucina.

Chi è

Cinquantasette anni, originario di Latina, Edoardo Verrengia è arrivato nel Biellese poco più di 30 anni fa, per amore di Rosangela, che nel 1987 è diventata sua moglie. Hanno due figli, Aurora, presidente di “Porte aperte onlus” che sviluppa progetti per persone con disabilità e Francesco, 30 anni, medaglia d’oro nei giochi mondiali per atleti down di Judo.
«Nella società odierna – spiega Verrengia – i ragazzi con disabilità sono seguiti a scuola e nello sport. Finché sono ragazzi hanno molte possibilità, l’offerta è abbastanza ampia, ma quando entrano nell’età adulta, purtroppo, l’inclusione sociale è molto più difficile. L’inserimento nel mondo del lavoro per chi si trova a dover convivere ogni giorno con una disabilità, grande o piccola che sia, è complicato. E coniugare la propria vita con gli impegni lavorativi è un aspetto importante per una persona adulta, che si tratti di un soggetto diversamente abile, o per una persona normodotata».

Com’è nata l’idea del Malvarosa?
«Ogni genitore che ha un figlio con problemi di disabilità almeno una volta nella vita si è chiesto come aiutarlo nel percorso di emancipazione, come accompagnarlo verso l’indipendenza. Lo stesso è stato per me. Volevo creare qualcosa per garantire un futuro a mio figlio e ai ragazzi che, come lui, avrebbero potuto avere difficoltà nell’inserimento sociale. Un giorno, nel 2011 mia suocera, che faceva parte della cooperativa operaia di Lessona, mi disse che a breve la sede sarebbe stata dismessa. A quei tempi ero vicepresidente della polisportiva handicap biellese. Ne parlai con la presidente, Fioretta Clerico e ci informammo per capirne di più. Con la polisportiva le possibilità erano limitate, soprattutto a livello di gestione, da qui la nascita della cooperativa “Porte aperte onlus”, cui presidente è mia figlia Aurora».

Creare una realtà così, non deve essere stato semplice. Quali difficoltà avete incontrato?
«E’ stato un percorso complicato. C’è tanto di quel lavoro da fare è inimmaginabile quanto ci si debba impegnare per stare dietro a tutto. Il locale ci è stato assegnato in comodato d’uso. Il Comune di Lessona ci ha dato un grande aiuto, sostenendo il nostro progetto e supportandolo contribuendo alla messa a norma. Noi abbiamo accesso un mutuo da 200mila euro e per due anni abbiamo creato una serie infinita di iniziative, di eventi di autofinanziamento. E un grande grazie lo dobbiamo dire a tutte le persone che ci hanno aiutato: sono state davvero tantissime. Sono commosso dalle numerose dimostrazioni di affe9tto che ci sono arrivate: proprio il calore umano di tutti coloro che ci voglio bene ci ha spronati, nei momenti difficili, a non mollare, a fare sempre meglio, a dare il massimo».

Prima il Malvarosa, ora la Foresteria. Perché due locali?
«Il Malvarosa è la “mamma” del progetto. Nel senso che a Lessona, con il Malvarosa, è iniziato il progetto. La “Foresteria” di Banchette è una “costola” del progetto. La nostra intenzione è continuare con altre iniziative, per dare più possibilità a più ragazzi».

Quante persone lavorano nei due locali, oggi?
«Sono 11 in tutto, tra sala e cucina. Abbiamo il capo chef, nonché responsabile, Andrea Brenna, lo chef, Veronica Giacinto, il pizzaiolo Luca Policante, Mirko Brenna, Eleonora Perla, Ignazio Messina, Aurora Verrengia, Ilaria e Silvia Perascesca, Manuela Nugnes. E ancora, Il musicista Gualtiero Giacchetti, il Dany, Daniele Chiarello, il barzellettiere, Daniele Bozzetto, la radio Carlo Brignoli, il judoca Francesco Verrengia, la piccola Marta Cantono, Elisa Contessa, Giacomo Verza e il bello, Iacopo Manini. Lavorano tutti con qualifiche differenti: c’è chi è inserito a livello definitivo, chi in qualità di tirocinante, chi in stage e poi ci sono gli inserimenti lavorativi che vengono fatti dalle strutture pubbliche. Collaboriamo anche con Enaip Biella e con l’istituto alberghiero di Gattinara. A differenza di molte altre realtà, che si concentrano sui ragazzi down, “Porte aperte” è finalizzata all’inserimento lavorativo dei ragazzi con qualsiasi tipo di disabilità, senza distinzioni».

Le reazioni

Che reazione hanno i clienti che arrivano al Malvarosa?
«Chi viene nel nostro ristorante sa che vi lavorano persone diversamente abili. Poi ogni volta rimane stupito dal livello del servizio e dal tipo di cucina: devo dire che i nostri piatti sono veramente speciali. Abbiamo cercato di creare una linea che incontrasse i gusti attuali delle persone. Amiamo cambiare ogni mese la carta del menù. E devo dire che la nostra formula funziona bene: tantissimi gruppi, anche ora sotto le feste, ci hanno cercati per le cene aziendali. E’ la dimostrazione che ogni cosa, per avere successo, deve essere ben bilanciata: noi offriamo un progetto etico, una cucina di buon livello e un locale che permetta di far star bene la clientela. E’ grazie a queste tre componenti che ci è stato possibile ottenere un buon risultato. I clienti a volte ci chiedono dove sia il ragazzo diversamente abile: alcune delle persone che lavorano da noi hanno problemi quasi impercettibili. E anche i ragazzi con disabilità più evidenti, se aiutati, possono fare un percorso di crescita importante. Chi entra nel nostro locale si impegna a pensare in maniera diversa. In pratica, oltre a offrire un inserimento lavorativo alle persone con disabilità offriamo un servizio per i normodotati, portati così a capire che i nostri ragazzi sanno fare tutto, né più ne meno delle persone senza alcuna disabilità. La vera vittoria è proprio quella: chi viene da noi non vede nemmeno più i nostri ragazzi con occhio diverso: dopo il primo impatto non si accorge più delle disabilità del personale. Ed è bellissimo: vorrei fosse normale che il cliente di un ristorante del Biellese, o di fuori provincia, possa trovare tra il personale una persona diversamente abile».

Poco più di un mese e mezzo fa avete avuto a pranzo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel Biellese in occasione della visita ufficiale fissata per il Cinquantennio dell’alluvione che nel ’68 distrusse la Valle Strona.
«E’ stato molto emozionante. Gli abbiamo preparato i ravioli bicolore, il bunet e un arrosto alla piemontese molto semplice perché volevamo che si respirasse aria di semplicità. Le pietanze sono state molto gradite e il Presidente è stato una persona squisita: si è fermato un po’ con i nostri ragazzi, se li è proprio goduti, è stata davvero una giornata indimenticabile. Per i ragazzi, poi, quella giornata è stata una vera sorpresa: non li avevamo preparati all’arrivo del Presidente. Gli avevamo solo detto di “farsi belli” perché avrebbero dovuto fare delle fotografie. Erano così contenti… erano molto emozionati, sono persone che ti danno tutto che non sanno fingere e il Presidente questo l’ha capito. Credo che gli abbiamo regalato due ore di tranquillità che si sia sentito rilassato e contento».

In questo anno e mezzo di attività avevate avuto altre personalità?
Si, qualche volta è capitato che un vip venisse a mangiare al Malvarosa. E’ venuto Erik Lombardi, ma non solo lui. Ogni tanto vengono i giocatori di basket».

Dopo il Capo dello Stato c’è qualche altro personaggio illustre che ai ragazzi piacerebbe ricevere al locale?
«Tutti i ragazzi, chi più, chi meno, sono grandi sportivi, amanti in modo particolare del calcio, ognuno per una squadra diversa. Credo incontrare un calciatore li farebbe felici. Penso a un personaggio come Cristiano Ronaldo: sarebbe un’esperienza emozionante un po’ per tutti, indipendentemente dai colori dalla maglia che indossa. Mio figlio Francesco, invece, morirebbe per vedere Tiziano Ferro, è un suo fan sfegatato, è iscritto anche al fan club e non è l’unico tra i nostri ragazzi».

Il futuro

Guardando al futuro, cosa vede?
«Voglio essere concreto: la vita e l’inserimento sociale per i ragazzi diversamente abili è ancora difficile. Spero che un giorno non troppo lontano i ragazzi di “Porte aperte onlus” possano avere una dimora non tanto lontana dal posto di lavoro. Io ho 57 anni, spero di avere altri 10 anni di vita davanti a me per raggiungere questo obbiettivo. I ragazzi disabili non devono più essere trattati come una parte della società che necessita di forme assistenzialistiche, spero un giorno possano fare parte integrante della società in tutto e per tutto, che possano avere una casa, un lavoro, una vita semplice. Sarebbe un grande risultato e, per ottenerlo, bisogna posare un mattoncino alla volta. Credo ci voglia un po’ di sana pazzia per fare tutto questo: un sogno tanto grande è rischioso, ma bisogna lottare per ottenere grandi risultati. E’ quello che sto facendo, a volte mi sento un po’ un apprendista stregone, poi il sorriso e l’affetto di questi ragazzi mi ripaga di tutti gli sforzi».

Shama Ciocchetti

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