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L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI
Altro Biella Città, 29 Dicembre 2012 ore 18:33

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio. Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo.
Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

IL FIORE DI HALINA

di RAFFAELLO SPAGNOLI

segue dall'edizione di Eco di Biella in edicola oggi, sabato 29 dicembre

 

Così, adesso che sono ritornati indietro, si sono spianati ben bene la strada per accelerare l’uscita di scena. Devo percorrere anch’io quella strada, prima che loro la rendano inservibile, devo affrettarmi se voglio portare in salvo quella cosina leggera, fragile, tenerissima che Halina mi ha regalato. Halina, mia dolce Halina, mio fragile fiorellino, che grande inganno è questa vita che siamo costretti a vivere. Sembrava troppo bello e lo era, quando ci siamo incontrati, io un cretino di diciassette anni cresciuto in quella zona maledetta sulla quale cadevano a decine i razzi che venivano dal tuo Paese, tu una piccola libanese di quindici anni, troppo bella per poter essere lasciata sola ad affrontare la tempesta della vita. Così ti ho amata subito e tu mi hai amato e non c’era niente, tra di noi, che ci potesse separare. Tanto che, dopo poche settimane, mi hai detto che eri incinta. Io ebreo. Tu araba. Io israeliano. Tu libanese. Nostro figlio? Non so. Non fosse venuta la guerra con tutto il suo fracasso, il suo dolore, il suo odore, avrei spianato le colline per portarti di là, dove io vivo. Ma è venuta la guerra e le colline sono divenute una trappola senza speranza. Così ora che la guerra sembra finita è venuto il momento di portare questa parte di te e di me dove si possa vivere insieme, in armonia, dove si possa essere accettati senza che qualcuno venga a dire “Tu non puoi” perché c’è stato un confine a dividerci prima che l’amore ci unisse. Non fatico granché a camminare su questa bella strada spianata e ho già percorso un buon tratto quando mi ferma un blindato che, senza preavviso, mi si è scagliato addosso da un lato della strada. Nella luce che sta virando ad un rosso sempre più sanguigno so di essere un potenziale pericolo per il ragazzo che mi sta puntando addosso il fucile. Gli parlo e sembra stupito di sentirmi interloquire nella sua lingua…..nella nostra lingua. Ma è sospettoso, spaventato. “Metti giù quella cosa che tieni in braccio. Adagio. Con movimenti lenti. Poi fai due passi indietro.” “Ti prego, non fare cose strane delle quali potresti poi pentirti. C’è un bambino, qui dentro.” Lui sembra non crederci. “Un che?” “Un bambino. Mio figlio.” Il fucile sembra nervoso ed il foro buio della canna disegna una serie di cerchi che io sento quasi tangibilmente sulla mia pancia, come se dal metallo alla carne corresse un flusso invisibile ma duro, appuntito, incandescente come la punta di un dito della morte.

Mio figlio sceglie proprio quel momento per scoppiare a piangere. Il soldato sobbalza ed io ho paura che lasci partire un colpo da quel suo fucile tanto minaccioso. “Cazzo, che spavento! Ma sei scemo a girare per queste strade con un piccolino in braccio? Vuoi finire ammazzato insieme a tuo figlio? E poi…da dove vieni e dove vai tu, un israeliano….se lo sei….in direzione del confine? Ragazzo, ti avviso, potresti essere morto tra poco.” Cerco di calmare il bambino che sta strillando come un gatto spaventato e non accenna a calmarsi. Nella luce sempre più fioca, la sua voce sembra altissima e gratta i nervi come una punta di diamante gratta il vetro che sta tagliando. Infilo una mano in tasca e vedo il soldato fare un salto indietro. Il fucile sembra ancor più nervoso. “Sto solo prendendo il biberon.” “Fai piano, lentamente.” Estraggo il biberon e faccio qualche contorsione per svitare il tappo che protegge la tettarella. Faccio fatica. Ho le mani sudate e sento la tensione trasformarsi in rivoli caldi che mi scivolano lungo la schiena, lungo le tempie, negli occhi. Vorrei piangere, tanta è la rabbia che provo per essermi fatto beccare allo scoperto, con mio figlio in braccio. Rassegnato, mi chino adagio, fissando il soldato negli occhi per tenere impegnata la sua attenzione e, con mille cautele, depongo il piccolino a terra. Finalmente, mentre quello continua ad urlare, posso svitare il tappo del biberon e dargli da ciucciare quel che Halina gli ha preparato. Fa un paio di tirate, poi smette di piangere. Cado sulle ginocchia, come se il silenzio mi avesse tagliato le gambe. Il soldato mi si avvicina, mi spinge un po’ con la canna del fucile. “Adesso chiamo un compagno e ti faccio perquisire. Non ti muovere.” Si allontana di qualche passo e batte sulla corazza del blindato. “Uno. Subito. Con armi.” Il mezzo si apre e un soldato salta a terra, mi si avvicina alle spalle e mi perquisisce in modo piuttosto accurato. Controlla il passaporto che gli ho indicato dove cercare. Alla fine scuote il capo. Il primo soldato abbassa l’arma e si accuccia a terra. “Dov’è la madre di questo piccolino?” chiede. Così gli racconto ogni cosa. Ha pochi anni più di me ma scuote il capo come se ne avesse cinquanta. “O sei un cretino patentato oppure quella ragazza ti ha davvero portato via il cuore e la testa. Però non possiamo fare niente per aiutarti. Abbiamo i nostri ordini. Stai attento. E se puoi, evita di girare di notte. Uno strillo del bambino e diventi un papà morto. E’ ancora pieno di nemici, qui.” Finalmente risalgono sul mezzo blindato e se ne vanno. Mi asciugo il sudore, prima di rimettermi in cammino con il piccolino in braccio. Guardo avanti e non vedo più la mia ombra che mi precede con lunghe falcate perché il sole si sta ormai chinando, lontano, dietro di me, e sta spandendo la sua radiazione, apparentemente solo verso l’alto. Ci sarà luce ancora per un po’, è meglio che acceleri. La falcata mi si allunga davvero, stavolta, e la strada che mi lascio dietro cresce velocemente. Solo che quella che mi aspetta è sempre lunga.

“Avanti, vieni piccolino, dobbiamo andare via di qui, bisogna fuggire, salvarsi per poi aiutare la mamma a raggiungerci.” Mio figlio…caspita, come suona strano dirlo…dorme di nuovo, beatamente. La tutina lo protegge dalla brezza serale e, comunque, ho con me una copertina leggera, se mai servisse. C’è qualcosa che non và. Fatico a capire cosa sia ma quando ci riesco, la sua semplicità mi colpisce come uno schiaffo in pieno viso: mi manca Halina. Mi manca tanto, con quei suoi occhi scintillanti, scuri, neri, occhi da araba. Belli. Le sue forme acerbe sono fiorite rapidamente mentre portava avanti la gravidanza e, insieme alle sue forme, anche il suo sorriso si sviluppava, intorno ai suoi dentini candidi, abbaglianti, da lupo. Quando l’ho lasciata, la mia piccola Halina era ormai una donna, una bella, giovane donna araba che io amo. Sono cresciuto anch’io, intanto, sono diventato un uomo, ho delle responsabilità, ho una famiglia. Ho già preso contatto con degli amici che si sono attivati bene: ho un lavoro per il pomeriggio e la sera e sono già iscritto all’università . Non dovrò pesare quasi per niente sulla mia famiglia e, non appena Halina avrà avuto la cittadinanza, potrà completare la scuola e, più avanti, fare come me. Ma ora l’importante è arrivare alla frontiera ed attraversarla, ritornare in Israele, fuggire, salvarsi. Le gobbe morbide delle colline sono davanti a me, quasi indistinte, nel buio incombente. Sembra quasi di sentire odore di casa, nell’aria che spira adesso, sembra quasi di sentire la diversità tra un mondo che, almeno in parte, è o è stato nemico ed il mio mondo, la mia casa. La nostra casa. Io non mi sento nemico di nessuno. Voglio solo vivere una vita normale. Ho una famiglia che si sta formando, le devo assicurare una vita in pace; come potrei voler avere dei nemici? Ad ogni passo l’oscurità peggiora ed io mi tengo stretto il mio fagottino, come volessi avvolgerlo dentro di me per nasconderlo, perché non si intimorisca del buio, non abbia paura. Ma ho paura anch’io, adesso. Ho paura del buio perché il buio, su questa strada, sembra avere assunto, di colpo, una consistenza ectoplasmica, sembra animato come un’ameba vorace affamata di vite. Ho paura perché, senza preavviso, ho sentito nascere dal buio l’ostilità, come se gli anni trascorsi ad odiarci avessero assunto spessore corporeo. Un essere nuovo e feroce cerca noi, me ed il mio piccolissimo figlio, per impossessarsi delle nostre miserabili esistenze. Ho paura. Per fortuna indosso le scarpe da footing che, praticamente, non fanno rumore e mi muovo come un’ombra nelle ombre dense, indeciso se proseguire lungo la strada o deviare quel tanto che mi consenta di non spiccare contro lo sfondo chiaro della strada livellata dalle ruspe. Mi fermo. Per un attimo sto ad ascoltare il buio ma non ha voce. Halina, mia dolce Halina, per fortuna almeno tu non sei qui. Spero solo che tu sia al sicuro, mia dolce Halina, perché questo nostro mondo assurdo non sembra voler lasciare spazio né al nostro amore né all’amore di nessuno e il buio è fitto, ormai, come se, a un tratto, tutte le nostre paure, i nostri terrori e le nostre crudeltà fossero scese a coprire ogni luce, a soffocarla. Mia dolce Halina, potrò mai rivederti, riabbracciarti? Saprò sopravvivere al buio? Quando la luce si accende e mi abbaglia, quasi svengo. Mi immobilizzo in mezzo alla strada ed il mio bambino ha un singulto, come se il mio terrore gli si fosse propagato dentro, uccidendogli il sonno. Un sudore di neve sciolta mi scorre lungo la schiena e mi do del cretino per essere rimasto a fare da bersaglio in mezzo alla strada anziché fare come mi aveva detto il ragazzo vestito da militare del blindato, un’ora o due fa.

“Tu! Vieni avanti, un passo per volta.” Eseguo. Mio figlio ha un singhiozzo terribile, adesso. La sua vocina sembra strozzarsi ad ogni passo. Temo che inizierà a piangere, tra un attimo. “Fermo, adesso! Girati!” Eseguo. Mi chiedo se ci sia differenza nel morire colpito alla schiena anziché al petto. “Adesso arretra, un passo alla volta, fino a quando ti ordino di fermarti.” Eseguo. Perquisizione. La mia tensione sta impedendo a mio figlio di piangere ed anche il singhiozzo gli è passato, in questo momento definitivo. “Puoi girarti. Siamo già stati avvisati del tuo arrivo. Sali sul blindato, ora, che ti portiamo a casa. Una pattuglia della nostra retroguardia è già in movimento per trovare la tua ragazza. Già domani potrebbe essere con te. Adesso fermati e consegna il bambino alla nostra compagna. Avrà ben bisogno di essere cambiato, dopo tutte queste ore.”

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