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"L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI" SU ECO DI BIELLA

"L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI" SU ECO DI BIELLA
Altro Biella Città, 06 Dicembre 2012 ore 16:50

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio. Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo.
Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

STAGIONI IMPERFETTE

di DONATELLA LANZA

segue dall'edizione di Eco di Biella in edicola oggi, sabato 8 dicembre

 

Penso all’ultima volta che siamo uscite insieme. Così, perché odio oppormi all’avanzare delle cose, lascio fluire una migrazione di pensieri dalla testa al cuore. Che sapientemente aggirano il lobo razionale. Nel centro commerciale  stracolmo di niente spingevo la carrozzina della nonna col desiderio deprecabile di mostrarle e comprarle tutto. “Vuoi un caffè, un profumo, un ficus, un tappetino per il bagno?” Lei salutava tutti in uno stato di insolita euforia: “Buongiorno! Ho 92 anni, sono vecchia…buongiorno ho 92 anni…” I passanti la guardavano corrucciati o non la guardavano affatto. La gente è cambiata le dicevo, saluta solo chi conosce, a volte nemmeno. Il suo gran cuore soffriva per quell’ indifferenza. Abituata a elargire tutto
a tutti da sempre, generosamente, prima di capire chi le stava di fronte. Molto prima di capire se lo meritasse. “Nonna ci fermiamo al bar, vuoi?” “Portami a casa per favore, qui c’è tanta luce, troppa, quanto spreco…” Siamo uscite nella vastità del parcheggio invaso dal vento e da un tramonto quasi  sconveniente. L’ho riportata a casa e affidata alla badante di Kiev che mia madre le affiancò negli ultimi tempi. Si è voltata a guardarmi sull’uscio mentre ingranavo la retromarcia prima di scomparire dietro al lauro. I suoi occhi stanchi, arrossati dal vento e dai ricordi sempre più difficili da ricordare. “Va pian…” un soffio, la preziosità di un gesto. Vado piano nonna ora, ho voglia di andare sempre più piano mentre tutto va in fretta e non presta più ascolto al saluto di una bambina invecchiata che morirà qualche giorno dopo portandosi dietro quell’impronta di indifferenza.
Fotografie. Altre foto, altre piccole lame da conficcare nel muscolo che scandisce gli attimi della vita…Gocce sui millepiedi agganciati alle cortecce dei ciliegi oltre le tende e i vetri e le tele umide dei ragni…
Ecco qui. A sei anni ero una bimba-cavalletta, esile come un’erba di fosso, gambe lunghe, lunghe trecce e lunghi pensieri che di notte mutavano in sogni e tu, tu una nonna giovane, spiccia e chiacchierona che non raccontava favole perché nessuno mai te le aveva raccontate, ma con un sorriso simile a un nano di Biancaneve, colorato come una girandola e buono come un dado di gelato di vaniglia.
Mi portavi con te a lavare i panni al ruscello quando ancora i ruscelli non erano acquitrini putridi.
Per far questo mi trasformavi nell’esatta tua copia in scala ridotta: ai piedi stivaloni di gomma, grembiulone con pettorina ai fianchi e sotto le  braccia panca di legno e cesto coi panni. Nella frescura dell’acqua scura ci aspettavano nuvole di zanzare e libellule azzurre. Imparai i tuoi gesti, la tua mimica e le tue furberie. Maneggiavo a malapena l’ aspro sapone fatto in casa con grasso e soda e imprecavo selvaggiamente come te quando mi piombava nell’acqua. Come te sbattevo i panni alzando mille schizzi, più schizzi di schiuma facevo e più ero felice. Carpe e tinche fuggivano lontano dalle nostre gambe arrossate e dalle bolle biodegradabili. Tornavamo sfatte e compite, i panni gocciolanti e gli stivali lucidi. Tu intonando la canzonetta in voga:” Non ho l’età/ non ho l’età per amarti…” che io proseguivo stonando :” non ho l ‘età per uscire sola con teee…” Chi incrociavamo salutava ridendo e continuava  a sua volta: “ Lascia ch’io viva  quest amore romantico/ nell’attesa che venga quel giorno…” e alzava la mano da lontano urlando “ci vediamo a Sanremo…”
Questo è stato il tuo mondo e un po’ anche il mio, piegato e ripiegato adesso e riposto in un angolo di me, lontano da me. Dentro uno scrigno.
La pioggia batte forte sul terrazzo. Lava le foglie e i profumatissimi fiori dei limoni, scorre a semicerchi sulla strada in discesa, precipita nel mistero fosco dei tombini. Intorno un’assenza che ha la consistenza del vetro. E la sua fragilità. Mi raccolgo in un colpevole torpore di mendicante al caldo di una stazione. Voglio restare imprigionata a lungo nei fili di questa ragnatela dove posso permettermi di soffrire con calma e rincorrere il tempo trascorso senza udire echi storti di risate e ruggiti di direttori di marketing. Voglio rovistare tra i ricordi, portarli fuori all’aria, spolverarli, riappropriarmene prima che l’abitudine al quotidiano e il tempo li ricaccino nel buio.
Tu e il nonno arrivavate a farmi visita di giovedì. Io vi aspettavo sul freddo balcone al quinto piano di un avvilito palazzone di periferia. Nel mio vestito premaman color pastello. Svoltavate l’angolo affiancati.
Sempre. Abiti scuri, gusti sobri, signorilità nella scelta dei tessuti. Il nonno col cappello di feltro e la cravatta, tu col foulard e la borsetta elegantemente demodé. Io vi abbracciavo con lo sguardo subito e mi sentivo l’emozione in gola. Avrei voluto fermarvi per sempre in quell’angolo di mondo, conservarvi così, dritti e dignitosi, sorridenti e cortesi, di una grazia antica e intatta. “Quei signori sono i miei splendidi nonni! I miei nobili nonni contadini, guardateli tutti! Nessuno ha nonni così belli!” volevo urlare mentre vi salutavo con entrambe le mani e scappavo in cucina a prepararvi il caffè.
…Apro la finestra. Due mosche ubriache ritrovano la libertà. Soccomberanno alla pioggia o porteranno a termine il loro ciclo vitale?... E il nostro ciclo vitale finirà con la morte o proseguirà in un mondo parallelo oltre i sensi e la coscienza?
Si è alzato il vento e muove le nuvole che sono scivolate dentro ai boschi di roveri e castagni. Le caccia in alto, nel loro spazio preferito. Il cielo si stacca dalla terra e ritorna ad essere ciò che era.
Sono assalita da brividi e malumore. Ha cessato un poco di piovere. Scendo, esco a
camminare sull’erba zuppa col mio cuore zuppo. Un falchetto sembra alzarsi in volo sulla collina. Subito scompare. Ricomincia a piovere. Una pioggia gentile e pulita. Perfetta. Quasi mistica.
Sono ritornata nel cortile di ghiaia con al centro la pianta di lauro e intorno i cespugli di rosmarino. La casa dei nonni. Il silenzio è un manto sottile che copre ogni cosa, anche il rumore della chiave che fa scattare i denti della serratura. Da un nido di rondini sotto il poggiolo un segnale di vita flebile e indomito. Una musica…Gocce sui nuovi petali di rose selvatiche e sui gusci riarsi di coccinelle dell’altra stagione…Entro in casa in una vertigine che sa di muffa stanca e di vuoto di odori. Accendo la luce e subito mi perdo in sussulto di rabbia. Acuta, che mi chiude il respiro. Apro le finestre, tutte, facendo più chiasso possibile.
Non sono più capace di piangere. E’il mondo fuori che piange, mentre io sono asciutta e immersa a denti stretti nel dolore.
Lo tocco spostando i biscotti della nonna non finiti, il suo the, il suo scialle impietosamente cosparso di capelli bianchi, le scatole aperte delle sue medicine, i suoi occhiali…Vorrei bruciare tutto e non tornare più in questo luogo. Definire l’indefinibile. Saziare la mia rabbia. Ho vissuto tante morti, tante morti di esseri che amavo. E i loro strascichi immorali. Non sono mai riuscita a scusarla, la morte, tantomeno a considerarla sensata e naturale e intravedere una luce oltre i suoi artigli. Sono limitata. Non vado mai al di là della sofferenza, al di là dei dettagli diabolici della sofferenza.
Apro un armadio e una moltitudine di scarpe mi si rovescia addosso. Nonna ne comprava tante, ma non le amava. Le piaceva stare scalza. E ballare scalza, d’estate sulle aie calde e al crepuscolo sui prati falciati. Ballava sovente, da sola, con me, con le scope di saggina, bastava giungesse una musica da lontano o l’allegria del suo cuore. “Nonna, nonna stanno montando il balpalchetto in piazza! Vieni, vieni a vedere…” Correvamo impazzite nel sole di settembre ad assistere ai preparativi per la “festa di fine estate”. La sera si ballava e si stava alzati fino a tardi. Anche i bambini. Il nonno scuoteva dolcemente il capo e si appartava col bicchierino appannato di bianco frizzante e ti guardava ballare senza moti di protesta. Mai. E ti riportava a casa le scarpe dimenticate in un angolo della pista. A inizio serata. “Quand la sent la musica la diventa mata…tua nona!”…
Dal nido di rondini segnali vibranti di vita nuova. In alto striature azzurre e cardellini in movimento sui fili elettrici gocciolanti. Echi di tuoni oltre ogni oltre… E formiche, formiche ovunque che ubbidiscono ad un preciso disegno vitale. Come ad una imposizione suprema.
Rientro. Stacco le tende pesanti di polvere, smuovo l’aria e  l’abisso che mi sta a fianco, schiudo porte, lavo, asciugo, stendo, butto via l’inutile, un po’ di me stessa, appendo quadri, pulisco angoli e pavimenti, faccio il bucato alla mia anima nuda e contorta. Ubbidisco ad un preciso disegno vitale che non ammette più rimozioni.
Uova, farina, zucchero e cuore: impasto e inforno una torta nuova e antica che offro ai vicini su di una tovaglia bianca accorsi a gruppi attratti dal profumo. Ci sbronziamo tutti di limonata e offriamo le briciole alle colonie di formiche.
Nell’aria le giovani rondini provano a volare. Getto la chiave dell’uscio. La casa della nonna sarà aperta alla vita per sempre, nessuno risentirà più quel dolore premere sui muri, né quell’assenza di odori e di suoni. Chi vorrà potrà entrare e ristorarsi e risentirà il suo caldo battito.
Mi tolgo le scarpe e intingo il pennello nella vernice color lillà che qualcuno mi ha portato e inizio a ridipingere i muri lentamente, con mano ferma cantando piano, senza fretta…
Non ci resta che vivere, non abbiamo altro che la vita oltre alla morte. Non serve capire. Non serve nemmeno provare a capire. In questa stagione imperfetta, sbocciata in una luce sinistra d’altre latitudini…
“Non ho l’età / non ho l’età per amarti…” 

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