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L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI
Altro 05 Aprile 2013 ore 16:33

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio (incipit). Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo. Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

 

Un Quadrangolare che non vedrete mai su Sky

di Mario Trapletti

 

segue dal Eco di Biella in edicola oggi 6 aprile 2013

 

 

Sorpresa. Sconcerto. Sguardi preoccupati che vagano fra gli occhi dell’Angelo e il suo bicchiere. Mormorii. Cervelli frullati allo spasimo. Infine, pacche sulle spalle, strette di mano, bevuta generale. Era nato il 1° Quadrangolare di Calciotto, da giocarsi fra Liberi, Scapoli, Ammogliati, Separati. I Liberi erano i giovani non sposati, con morosa o senza; gli Scapoli, quelli senza moglie e senza morosa ma già su d’età. Un po’ zitelloni, insomma.

Il campo non era stata impresa da poco, per un paese di alta collina: va be’ che non era un torneo ufficiale, ma doveva essere il più vicino possibile al concetto di pianeggiante. Almeno nelle intenzioni. E grande abbastanza da sgambettarci in sedici. Ci vollero tempo, sopralluoghi, discussioni, cene e bevute di lavoro. Ci volle il sacrificio di due piccoli proprietari terrieri, che rinunciarono ognuno a un pezzo di bosco. Tutti gli uomini validi del paese furono mobilitati per disboscare, ripulire dalle erbacce e dai sassi. Con le ruspe del Comune e dei privati avevano livellato al meglio il terreno, per ultima, la semina con erba a crescita rapida. Non era proprio a bolla; qua e là la palla, toccando certe zone del campo, compiva bislacchi rimbalzi. Ma quando c’è la passione, si passa sopra a tutto, che poi si livella meglio anche il terreno di gioco. Le porte le aveva segate, piallate, dipinte e montate il falegname del paese, Maslì Marengù (4), un vecchio mangiapreti comunista sempre pronto a sgobbare quando c’era da guadagnarci niente. E a far saltare il muro di Berlino, se era per la gloria di Turtarolo Maggiore.

L’arbitro era stata una scelta obbligata: glielo facevano fare a un certo Gigi Cervo. Non che ci capisse tanto, di calcio; aveva pure un surplus di pancetta. Ma la moglie si era gentilmente offerta a parecchi compaesani, promuovendo il marito nella famiglia dei Cervidi. Quando gli gridavano «Arbitro cornuto!» aveva poco da offendersi, lui. I panni del guardalinee li avrebbero indossati il postino e il becchino: due un po’ chiacchierati, ma senza prove certe.

Qualche giorno ancora per inventare e confezionare le maglie; poi cominciò quel poco di allenamenti che era indispensabile per la decenza. Soprattutto fra gli Ammogliati e gli Scapoloni si annidavano tonnellaggi che non potevi buttarli in campo e via. Il paese non era nemmeno provvisto di ospedale.

- Un po’ di lavoro ai fianchi e al fiato è im-pre-scin-di-bi-le! - avevano scandito all’unisono, lasciando a bocca aperta chi ben li conosceva, gli allenatori: Gipo Stinca, Gegio Igol, Mario Braga, Giosef Cifòla. I quattro, per inciso, sarebbero sicuramente stati i migliori in campo, dati certi trascorsi nella giovanile della Pro Portirone (la squadra più blasonata di tutta l’area). Non fosse che avevano un po’ perso lo smalto dei bei tempi. Per consentirgli di pilotare le loro squadre all’arrembaggio della I Coppa ‘Polenta e Osèi’ (5), Maslì Marengù dovette dare il meglio di sé: squadrandole e lisciandole a colpi di bestemmie, costruì panchine in rovere massiccio, spesse dieci centimetri, profonde cinquanta e larghe cento.

Si preparavano sei domeniche pomeriggio ad alta tensione per Turtarolo Maggiore, più eventuale spareggio in caso di parità: fra Scapoli e Ammogliati, per dirne una, serpeggiava una rivalità naturale, come fra Liberi e Separati. Storie di donne, che una volta in campo si sarebbero sublimate in sano spirito agonistico. Almeno nelle speranze dei più.

Prima dello spirito competitivo, però, era scattato quello solidaristico: all’epoca i Separati erano quattro gatti, in un paese di mille abitanti (per essere anche noi solidali con le minoranze). Altro che far su una squadra! Decisione salomonica: le altre tre formazioni avrebbero generosamente messo a disposizione, a turno e pescando fra le riserve, i quattro elementi che mancavano per arrivare a otto. Con l’obbligo morale, per i designati, di non favorire il team di appartenenza.

Le squadre, con relative tifoserie, si erano divise nei due locali pubblici del paese: in giorni diversi, per evitare che il paese si spopolasse di botto in certi orari serali. Liberi e Scapoli facevano base al ‘Polenta, conéc e vi bù’, il lunedì e il giovedì; Ammogliati e Separati al Bar-Trattoria ‘Strinù e grapì’ (6), il martedì e il venerdì. Il mercoledì era sacro: c’erano le partite di Coppa alla televisione. Fortuna che all’epoca ce n’era pochi, di Tornei internazionali; poche anche le squadre italiane che vi prendevano parte. Una sera la settimana bastava per soddisfare anche i tifosi più esigenti; le altre sei potevi viverle per i fatti tuoi.

La prima fase dei raduni settimanali dei gladiatori turtarolesi consisteva in un rapido ma intenso e mirato allenamento sul campo: gli allenatori, inflessibili, sottoponevano i loro atleti a intense sessioni di esercizi, corsette, scatti. Davano il buon esempio sbracciandosi e sgolandosi come matti; al punto che il solito Maslì dovette dare due belle mani di antimuffa alle panchine, che si stavano pericolosamente impregnando di sudore agonistico. A seguire, tra una spaghettata e un congruo apporto di rosso della casa, si elaboravano complesse strategie da Coppa dei Campioni. In parallelo, i tifosi creavano slogan e cori da stadio. La Banda del paese, dieci agguerriti pluristrumentisti, non poteva far torto a nessuno, anche perché nel suo organico erano presenti giocatori di tutte le squadre. Con eroico spirito di sacrificio si sottoposero, i dieci, a un autentico tour de force, cercando il più possibile di fornire il proprio apporto alle varie tifoserie. Purtroppo non ci fu mai una serata in cui la Banda fosse al completo, causa concomitanti impegni sul campo di alcuni dei suoi elementi. I superstiti si arrangiarono come poterono, senza che mai nessuno si dovesse lamentare. Dopo un paio di partite ci furono alcuni giocatori-suonatori che sottolinearono il rischio di brutte figure da parte di una Banda incompleta. Ma furono smascherati e costretti a rispettare gli impegni presi sul campo.

Non mancava nemmeno lo spionaggio: durante gli allenamenti, a bordo campo si potevano vedere un paio di loschi individui (diversi a ogni cambio di squadra), resi anonimi da sciarpa e cuffia. A fine maggio. Al loro arrivo partiva sempre un caloroso saluto:

- Ciao Tone!

- Uéla, Piero!

- C’hai freddo, Gigio?

e simili. Un grugnito confermava che gli anonimi interpellati intendevano mantenere l’anonimato, dando prova di grande professionalità e rispetto delle regole del gioco. Fu molto apprezzato anche il loro eroismo termico.

Come spesso accade nelle vicende paesane, cominciarono a sussurrarsi, fra giri di comari e perdigiorno, storielle salaci. Si mormorava a fil di labbra, quasi a far dubitare l’ascoltatore d’aver sentito, di giovanotti, infidi come faine, che approfittavano degli allenamenti per intrufolarsi nei pollai altrui. E rendere meno gravosa la solitudine in campo non del satiro, ma dell’arbitro. Fortuna che all’epoca in quel di Turtarolo Maggiore il gossip non esisteva nemmeno come termine e le dagospia locali non avevano accesso ai mass-media.

E venne il giorno del debutto, la prima partita. Tutto il paese era in fibrillazione, persino il parroco, che spostò in là l’orario del catechismo pomeridiano. Per lasciare liberi i bambini degli Ammogliati, mica per lui, ci mancherebbe.

Il battesimo di fuoco vedeva schierati in campo Liberi contro Scapoli. Lo spettacolo non mancò fin dall’inizio, offerto suo malgrado dal portiere dei Liberi. Armandino Pizzaballa dai piedi ai capelli metteva insieme novantacinque chili di muscoli e ossa su centonovanta centimetri di statura. Autista, guidava l’ambulanza dell’ospedale di Portirone, coprendo sempre il turno 6 – 14. Così aveva libera la sera per i suoi intrallazzi amorosi, come lui stesso lasciava intendere. Finché non si scoprì che tutte le sere, tranne il sabato, si tappava in casa per fare opera di volontariato: teneva compagnia ai vecchietti di alcune case di riposo, chiacchierando con loro al telefono per un paio d’ore. Ma questa è un’altra storia, che ci potrebbe distrarre dal pathos agonistico del racconto. Poi si sa, le vecchie storie non interessano più; figuriamoci le storie di vecchi.

Proprio quella domenica Armandino era in turno fino alle 14. Smonta dal servizio, cambiati in macchina, percorri il tragitto Portirone-Turtarolo Maggiore, precipitati allo stadio… si fecero subito le 15,30: l’attimo fatidico del fischio d’inizio del 1° Quadrangolare di Calciotto, che avevano intitolato a Valdo Brighenti, il mitico calciatore-partigiano della zona. Impossibile anche solo mettere il silenziatore alla fame. Fu così che lo spettabile e adrenalinico pubblico si poté godere il seguente spettacolo: un pezzo di marcantonio, piantato saldamente davanti alla sua porta, divorava a morsi da escavatore uno sfilatino gigante pluristrato, per mollarlo a terra appena l’azione di gioco si avvicinava alla sua area. Il pane intasa e stoppa: ogni due, tre bocconi, un ragazzetto piazzato dietro la porta gli allungava la bottiglia del rosso. Una generosa sorsata e Armandino gliela restituiva ogni volta più leggera. Fino al sacrificio estremo.

Non prese un goal e la sua squadra strapazzò i pachidermici avversari per 6 a 0.

Trionfatori e trionfati, seguiti da allenatori, massaggiatori, arbitro, sindaco, parroco, tifosi e nullafacenti vari si ritrovarono puntualissimi alle 19,30 sulla soglia del ‘Polenta, Conéc e Vi Bù’, che teneva più gente. Non volendo traviare le menti di eventuali giovani lettori, tralascio il resoconto della rivincita che gli Scapoli si presero a tavola sui Liberi. Lì non c’era arbitro a fischiare il gioco pesante; cosa del resto molto ardua quando si ha la bocca perennemente piena. I pur attempati Scapoli si dimostrarono imbattibili nel gioco da fermo. Nessuno, comunque, nemmeno il più sfegatato seguace del dio Bacco, ebbe a scordarsi dell’evento che li vedeva lì convenuti: tra una portata e l’altra la partita fu ripassata alla moviola; sezionata azione per azione; commentata come nemmeno alla Domenica sportiva. Non avevano in forze un Gianni Brera, ma potevano contare su Gianni Scarpulì, il rinsecchito ciabattino del paese: il lunedì (casuale giorno di chiusura) leggeva la Gazzetta dello Sport da cima a fondo; poi campava di rendita tutta settimana e pontificava in bottega e in trattoria. Suo era l’articolo sportivo che mensilmente impreziosiva il bollettino parrocchiale. Ci fu chi addirittura propose di rivedere seduta stante tutto l’incontro, grazie alle immagini riprese da Tino Cinepresa con la sua mitica Bauer Bosch 16 mm (regalata da uno zio americano). Proposta bocciata all’unanimità, perché Armandino si doveva alzare alle 5,15. Mica per altro.

Mancava ancora una settimana, ma già ci si pregustava lo scontro della domenica successiva, tra Ammogliati e Separati. Anche a voler ignorare il carattere quasi fratricida dell’incontro (i Separati erano degli ex), c’era grande fibrillazione e spasmodica attesa sul piano spettacolare. Nella formazione dei (più o meno) felicemente maritati militava una ex-promessa della Serie C, Romeo Baitelli, detto Sivori perché non sapeva parlare in italiano. Uno che non era arrivato in serie A solo perché aveva messa incinta la figlia minorenne del presidente della sua squadra (“Scarsa padronanza del gioco” aveva sentenziato l’allenatore). Il padre-patron gliel’aveva fatta sposare; la sera delle nozze, pieno di vino ma sobrio come un astemio, aveva tuonato:

- Però io gente con la testa nel pallone non ce la voglio in famiglia!

Romeo Baitelli s’era ritrovato le scarpette chiodate inchiodate al muro: il suocero l’aveva associato alla ditta di famiglia (allevamento polli e produzione uova su scala industriale), inizialmente come aiuto-magazziniere. Ma la passione era rimasta, trascinandolo a vincere per due anni consecutivi il titolo di campione regionale di calcio balilla.

Il venerdì sera una notizia esplose sui preparativi domenicali, con effetti tachicardici: la sciura Ermelinda, moglie del Sivori, l’aveva definitivamente promosso nella squadra dei cornuti. Anticamera dei separati.

- Ti lascio, vado a vivere col Zanni, uno che regge anche i supplementari e i calci di rigore.

Era, colui, il commercialista del padre-patron. Il povero Baitelli apprese del suo licenziamento sentimentale grazie a due righe scritte in fretta su un biglietto da visita del suddetto Rag. Comm.sta.

Sconcerto e ansia si impadronirono del team degli Ammogliati: anche senza le carte dell’avvocato, se la moglie ti va via di casa difficile far finta che sei ancora sposato. Veniva così a mancare l’elemento di punta, quello che avrebbe fatto la differenza: i suoi compagni già si sentivano vincitori del Quadrangolare, con lui in attacco.

Questo il morale della squadra; quello del Romeo sembrava un Mocio Vileda centrifugato. Non leggeva più nemmeno la Gazzetta dello Sport e frullava vorticosamente la stecca del suo biliardino preferito.

I Separati, che non potevano ancora schierarlo nelle loro fila, si riunirono a consiglio il sabato dopo pranzo, allo ‘Strinù e grapì’. Breve giro di pareri e decisione presa all’unanimità. Una delegazione andò a riferire ai capitani delle altre squadre, che si presero la responsabilità di dare il consenso a nome di tutti: allenatori, giocatori, fan.

Poco prima dell’ora di cena i capitani delle quattro formazioni entravano nella villetta del Baitelli per comunicargli che:

lo facevano giocare ugualmente nella squadra degli Ammogliati;

nessuno si arrabbiava se il rendimento era quello che era;

poteva anche prendersi giù qualcosa per tirarsi su, se voleva: loro non gli facevano l’antidoping. Roba leggera, però.

Il Sivori prima disse che voleva suicidarsi per la vergogna; poi, di fronte alle insistenze dei quattro moschettieri, scoppiò a piangere, ringraziò tutti e offrì loro l’aperitivo.

La partita non fu uno splendore: il bomber era distratto, fissava la porta avversaria, ma ci vedeva proiettate le acrobazie amorose della sua Linda con quel cinghialone del Zanni. Mangiò più goal lui che sfilatini l’Armandino dopo il digiuno del venerdì santo. Quasi timorosa di distrarlo, tutta la sua squadra si astenne dal praticare un gioco brillante e nel contempo maschio. Gli avversari, solidali, non se la sentirono di infierire: il loro capitano nelle interviste del dopo-partita avrebbe dichiarato:

- Pota, era come per un torero darci addosso a un toro che c’ha la diarrea. – e strizzava l’occhio all’intervistatore, caso mai non avesse colto l’allusione alle corna.

Ma all’ottantasettesimo minuto di gioco, quando già tutti si stavano rassegnando a un incolore 0 a 0, Romeo Baitelli in arte Sivori ebbe uno scatto di orgoglio: illudendosi di tirare un calcione al possente deretano del commercialista sciupafemmine, colse al volo una palla tesa vagante: colpì di collo del piede e lasciò partire una sleppa che piegò le mani all’imbambolato portiere degli Scapoli.

Esultarono tutti.

 

 

 

NOTE

 

1. Polenta, coniglio e vino buono

2. pallone

3. Ragazzini

4. Falegname

5. Polenta e uccelli

6. Salamella cotta alla piastra o alla brace e grappino

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