L’enologo Benassi: «Il Biellese è l’incontro tra Langhe e Borgogna»

L’enologo Benassi: «Il Biellese è l’incontro tra Langhe e Borgogna»
Altro 05 Marzo 2014 ore 11:21

Paolo Benassi (foto) vive a Biella da meno di cinque mesi. Originario di Piombino, ha lavorato per 15 anni a Montalcino ed oggi è il nuovo enologo delle Tenute Sella: il Biellese visto con i suoi occhi è quasi una terra nuova. Una terra piena di bellezze e di possibilità che noi biellesi non sappiamo vedere.

Dopo aver passato anni tra i colli senesi, come le sembrano questi luoghi?
«In Toscana c’è un ambiente collinare  unitario, come nelle Langhe. Qui no: puoi trovare vigneti in mezzo ai boschi o a fianco dei capannoni industriali. Però… – ci pensa un attimo – Saliamo in macchina, le faccio vedere una cosa».
Andiamo al vigneto San Sebastiano, sulla collina dello Zoppo. Dietro una villa d’epoca si stendono i filari di nebbiolo e vespolina. Il panorama è spettacolare. Si può vedere tutta la Serra morenica con il Monviso alle spalle e l’intera arcata delle Alpi biellesi innevate che si alza dietro la chiesa di Lessona: «Questo è un posto bellissimo – prosegue Benassi – e carico di storia perché si fa il vino dal Seicento.  Ma è quasi sconosciuto. Eppure a Natale sono arrivati due francesi per vederlo, muniti di un ritaglio di giornale che mostrava il vigneto. È arrivato anche un turista dagli Stati Uniti. E hanno detto che ritorneranno. Pensi se fosse promosso, se ci fossero tour operator che organizzano soggiorni…».

Ma ci vorrebbe una politica del turismo più lungimirante, che offra luoghi da vedere per più giorni. Su questo abbiamo ancora passi da gigante da fare.
«Aspetti – infila la mano in tasca e tira fuori un biglietto da visita annotato -, l’altro giorno stavo pranzando in una locanda in paese e ho chiesto a don Renzo, il parroco di Lessona, di dirmi tre posti bellissimi che i biellesi non conoscono. Me li sono appuntati, andrò sicuramente a vederli. Ma le dirò di più, la stessa città di Biella mi piace tantissimo».

Scherza?
«No, davvero. C’è tutta una parte, che direi di archeologia industriale, che è unica. Altre città hanno zone ex industriali, ad esempio Parigi o i Docs di Londra o anche Milano. Ma non ho mai trovato quello che ho visto qui. Queste fabbriche appartengono a un’epoca in cui la bellezza era anche nell’industria, ci sono stabilimenti con finiture in art déco. Continuiamo il tour tra le vigne?».
Continuiamo.
Ci spostiamo nella conca chiamata Mesola, a Brusnengo. Filari di nebbiolo e di altri vitigni:  «Guardi – prende in mano una manciata di terra e la sbriciola -. Sembra sabbia, vuol dire che c’è poca argilla. L’acqua scorre e porta via le parti basiche creando un suolo acido, che dà grande freschezza ai vini».

Qualcuno sostiene che i nebbioli di altre zone siano più eleganti.
«No, non c’è partita. L’eleganza di questi vini è unica. Penso che il Biellese sia l’anello di congiunzione tra le Langhe e la Borgogna, perché in questi nebbioli ritrovo alcuni sentori dei grandi pinot neri francesi. Quando ho lasciato la Toscana non pensavo che qui avrei trovato tutto questo potenziale. Ora la porto sulla collina chiamata Bramaterra».
Risaliamo in macchina, ci addentriamo nel bosco e sbuchiamo tra filari di nebbiolo, croatina ed erbaluce. In mezzo alla vigna, un cascinale con un piccolo porticato: «Ha una bellezza più rustica rispetto alla villa sulla collina dello Zoppo, ma anche questo è un luogo che potrebbe avere il suo turismo».

Così torniamo al discorso di prima…
«È vero, ma  pensiamoci un attimo. Cosa continua a funzionare in Italia anche in questi anni? Il settore agroalimentare, la moda e la storia. Ora, io sono qui da poco e potrei sbagliarmi, però mi sembra che a Biella ci sia tutto. Solo che i biellesi hanno per natura un profilo basso, una nobiltà interiore. E queste potenzialità le tengono quasi nascoste».

Lo stesso vino Lessona non è molto conosciuto, nemmeno dai biellesi. Ma forse è un problema di numeri?
«Facciamo due conti. Gli ettari che danno Lessona sono circa venti. A 50 ettolitri per ettaro fanno mille ettolitri. Circa 130 mila bottiglie. Una quantità che potrebbe essere assorbita anche solo dal comprensorio che arriva fino ai laghi. Ma in realtà a Stresa sono pochi i ristoranti in cui puoi trovare il Lessona. Lo capisco, preferiscono offrire la piemontesità per eccellenza, il Barolo. Però un ristoratore mi ha detto che lui crede nel Lessona, che lo propone e lo racconta ai clienti. E quando i clienti lo provano non tornano indietro. Bisogna solo crederci. E il fatto che i produttori quest’anno andranno a Vinitaly per la prima volta uniti in uno stand di Lessona è già un segnale importante».

A proposito del vino che si coltiva su queste colline, ci dice in pillole cosa bisogna cercare in un bicchiere di Lessona?
Ci pensa un attimo, poi dice: «Facciamo una cosa come Dio comanda, andiamo in cantina». Ritorniamo a Lessona, in via IV novembre 130, dove i Sella hanno ricavato la loro cantina da un’ex fabbrica di cotone. Paolo Benassi prende una bottiglia di Lessona 2007, la stappa e versa il vino in due calici: «La prima cosa che si avverte è che il profumo è complesso. Non si può dire: cercate questo o quel sentore. Al primo impatto ho sentito del fieno, ora domina il cuoio. Ma sta già uscendo un profumo più floreale – fa ruotare il vino, lo riavvicina al naso. – Ora si può sentire il tabacco – assaggiamo il vino. – Si sente tutta l’eleganza di cui parlavamo prima. Tutti i sapori sono equilibrati, non aggrediscono la bocca, non la asciugano – intanto passano alcuni minuti -. Ecco, adesso sento profumo di liquirizia. Insomma, abbiamo fatto una vera e propria degustazione. Ma se vogliamo dirlo in pillole, allora il Lessona è leggerezza, freschezza, gentilezza, profondità, distintività. E non solo il nostro, ma anche quello delle altre cantine. C’è un filo rosso che lega tutti i vini di questo territorio».

Il tour è finito. Ma sarebbe bello che esperienze come questa si ripetessero ogni giorno, con turisti che arrivano per visitare le vigne biellesi e assaggiare i nostri vini. In chiusura, con lei le Tenute Sella hanno intenzione di sviluppare la parte ricettiva?
«La volontà c’è, vediamo».
Matteo Lusiani

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