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Le regole della casa de "il Campo"

Le regole della casa de "il Campo"
Altro Grande Biella, 15 Gennaio 2013 ore 11:05

La Comunità “il Campo” è una casa come tutte le altre. Normale, anche se un po’ più elegante della media. E al suo interno vivono persone comuni. Quasi. Perché provate voi ad avere oltre cento figli... Certo, in affidamento. Però si sa, ci sono legami che durano per sempre. Lo sanno bene Vladimiro Gugliotti e Silvia Zanderighi che da oltre vent’anni sono il punto di riferimento di questa “casa famiglia per minori”, dentro la quale sono passati bambini e adolescenti con storie problematiche alle spalle. E che qui hanno imparato a trovare se stessi, muovendo i primi passi nel mondo con un minimo di normalità dentro lo zaino. Quella che, le famiglie d’origine, non erano in grado di assicurare per le più svariate e terribili ragioni: genitori violenti, tossicodipendenti, indigenti, malati di mente e altro ancora, in una casistica parecchio triste.

Il punto. Il primo problema educativo è ribaltare i ruoli e definire le questioni. «I bambini appena arrivano da noi, infatti, sviluppano un senso di colpa poiché sono stati allontanati dalla propria casa. Si sentono i colpevoli di qualcosa che, magari, non conoscono o non capiscono, perché troppo piccoli. Invece loro sono le vittime. Perché la responsabilità (magari inconsapevole) è degli adulti - spiega Gugliotti, origini milanesi, un passato da impiegato amministrativo e ora educatore e papà a tempo pieno -. C’è quindi subito da mettere in cantiere un lavoro di ricostruzione della fiducia in se stessi. Argomenti difficili, da maneggiare con molta cura. Nel lungo periodo, comunque, in tutti i casi, la regola d’oro è quella della verità. Spiegare. Raccontare. Ovviamente insieme a psicologi e rispettando tempi e fasi di crescita del ragazzo».

La vita. Le giornate di questa comunità corrono quindi in un doppio binario, fatto di colazioni da fare, scuole da frequentare e percorsi educativi da intrecciare in piani di recupero familiari complessi. «Perché per lo Stato il punto di riferimento è sempre la famiglia d’origine. Qui da noi ragazzi e ragazze sono in affidamento, dopo tutti i tentativi possibili da parte dei servizi sociali di farli rimanere a casa propria. E comunque per un tempo limitato» spiega Gugliotti, girando per l’ampia casa con fare sicuro. «Da noi arrivano bambini provenienti da Lombardia, Piemonte e Valle D’Aosta - aggiunge  -. Il periodo medio è di alcuni anni, con tante eccezioni. All’inizio erano bambini provenienti da famiglie dove la droga aveva creato disastri. Oggi, invece, molti ragazzi o ragazze arrivano da famiglie nelle quali le malattie mentali hanno creato enormi problemi. La nostra vita è impegnativa, perché oltre agli aspetti educativi ci sono le questioni burocratiche e legali. La gestione dei rapporti con le famiglie d’origine. In alcuni casi gli obblighi di riservatezza, il tutto in collaborazione con servizi sociali e Tribunali dei minori. Un esempio? Ogni anno il nostro pulmino percorre oltre 200 mila chilometri, necessari per portare in giro i nostri ragazzi sia per attività ludico/sportive sia per trasferte in luoghi “neutri”, in cui possano incontrare i loro genitori naturali».
 La vita. «In passato abbiamo avuto anche diversi neonati - spiega ancora il fondatore, la cui abitazione è attaccata a quella di Roberto Cazzadore e Rita Lamberto, dell’altra “casa famiglia”-. La comunità ha così dovuto assumere personale specializzato. Convivenza? Sempre serena. Anzi. Spesso ragazzi che all’interno non andavano d’accordo, all’esterno, erano i primi a proteggersi a vicenda. E poi dipende dall’età e dai momenti, come in qualsiasi famiglia. Perché noi questo siamo. Maschi e femmine? Qui si comportano come fratelli e sorelle».

Dentro/fuori. «La maggior parte dei ragazzi passati da noi, sono poi tornati alle case d’origine - conclude Gugliotti -. Diciamo il 60 per cento. Che questo abbia rappresentato la fine dei loro problemi, però, non è detto. E poi la regola è che non esistono regole: sono passati da casa nostra ragazzi con alle spalle esperienze durissime, con caratteri fragili, per i quali era difficile sperare in un futuro sereno. E che invece ce l’hanno fatta, stupendo tutti. E ovviamente tanti sono stati i casi opposti. Cioè ragazzi o ragazze che credevamo avessero il carattere e le risorse per superare certi guai e che invece si sono smarriti, o comunque sono andati incontro a momenti bui, tra disagi e problemi esistenziali. Perché per quanto affetto, protezione, consigli e aiuti dai, fuori dalle mura domestiche la vita resta una sfida aperta». Per loro in modo particolare, forse.

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