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La voce di Moni

La voce di Moni
Altro 12 Marzo 2012 ore 18:59

Nato in Bulgaria nel 1946, Moni Ovadia calca le scene dal 1984, limando le sue doti teatrali sulla scia di maestri come Bolek Polivka, Tadeusz Kantor e Franco Parenti. Nel suo sito si presenta “ideatore, regista, attore e capocomico di un teatro musicale in cui domina il ‘vagabondaggio culturale e reale’ proprio del mondo ebraico, di cui si sente figlio e rappresentante”.
Ci presenta Cabaret Yddish?

«È uno spettacolo che porto in scena da 23 anni, attraverso una struttura semplice: canti, musiche e racconti, tra storia e umorismo. Cabaret Yddish riesce a mettere il pubblico in contatto con un’intera epopea, quella della diaspora del centro/est Europa, che ha creato, nel corso di mille anni, una nazione dell’esilio, che ha avuto un’influenza enorme sulla cultura europea occidentale e statunitense. Da quel mondo sono arrivati i Marx, i Freud, gli Einstein, i Kafka, gli Schõnberg i Lubitsch, la grande Vienna di Wittgenstein, il cinema espressionista tedesco, quello di Hollywood  (Hollywood è stato creato da produttori ebrei del centro/est Europa), i comici ebrei statunitensi, la letteratura ebraica statunitense che rappresenta il 40% della letteratura degli Stati Uniti.

«Racconto tutto questo attraverso pochi segni, con una struttura da carro di Tespi: i comici arrivano con suoni, sberleffi, storie, evocazioni, e raccontano mondi.«Lo scopo di questo spettacolo è la glorificazione dell’esilio e della fragilità dell’uomo, che mostra la via di una redenzione che non si basa sulla forza».

Anche la Shoah fa parte dello spettacolo?

«La Shoah viene toccata con una preghiera e una musica, perché questo mondo, che aveva prosperato per mille anni, ha subito un colpo terribile, quasi mortale. Ma dai resti di quel mondo è uscito il 42% dei premi Nobel statunitensi, che hanno origine da ebrei del centro/est Europa. Nel ’900  il 75% degli uomini eccellenti dei vari campi aveva almeno un genitore con le stesse origini.

 «Questo non è un miracolo, ma deriva da una condizione che ha prodotto cose mirabolanti per tre ragioni: innanzitutto gli ebrei erano esiliati; la loro era una minoranza perseguitata e quindi vigile; cosa più importante: tutti gli ebrei hanno sempre studiato, non solo rabbini e intellettuali, ma anche i bambini delle famiglie più umili, e fin dall’età di tre anni».

Recentemente si è creato un razzismo di ritorno per gli scontri tra Israele e Palestina.

«Quello non ha a che fare con l’antisemitismo: è una questione geopolitica. Io sono molto critico nei confronti della politica dei governi israeliani, specie di quest’ultimo, nei confronti del popolo palestinese. Credo, però, che si usi questa questione come pretesto per appoggiarvi stereotipi razzisti. Tanto è vero che gli ebrei sono stati sterminati quando lo Stato di Israele non esisteva. Gli israeliani, più che  ebrei, sono uomini che vivono in un Paese e che hanno assunto le caratteristiche dei nazionalismi; hanno un governo di estrema destra, che si comporta come tale. Io sono sostenitore dei diritti dei palestinesi per la soluzione che preveda pari dignità in uno Stato e nei confini della linea verde come sancito dalle risoluzioni dell’Onu. Gli antisemiti, come i razzisti, si attaccano a tutto, ma in realtà non hanno mai ragioni, hanno solo pregiudizi e stereotipi».

Nello spettacolo si incontrano lingua Yddish e musica Klezmer.

«L’Yddish è una lingua molto speciale perché è una lingua di esilio. Nonostante sia composta di molte lingue, è una lingua unitaria, da nazione dell’esilio, meravigliosa e straordinaria, di una complessità e di una contraddittorietà sublimi. Anche la musica Klezmer raccoglie elementi diversi e, pur essendo fatta di molte musiche, è assolutamente unica e originale, anch’essa specifica dell’esilio ebraico».

Nello spettacolo, quindi, si fondono sonorità Yddish e musica Klezmer.

«I due elementi risuonano, si fondono e formano una specie di trama e ordito che costituiscono il tessuto espressivo dello spettacolo. Si coniugano lingua e musica. Io ho fatto una piccola operazione arbitraria, avendo frequentato ebrei del centro/est Europa che hanno vissuto in Italia. Loro parlano in italiano con accento Yddish. Io ho appreso questa loro cadenza e l’ho fatta diventare una lingua teatrale».

Una specie di grammelot?

«Non è un grammelot perché le parole sono precise e italiane: la cadenza e i colori sono Yddish; dell’Yddish hanno anche le tipiche sgrammaticature derivate da una traduzione che mantiene le strutture della lingua originale. Questo permette l’emozione della lingua, di far assaporare l’Yddish attraverso l’italiano. Ovviamente è un’operazione arbitraria e non filologica».

Uno dei suoi punti di forza è la conoscenza di molte lingue, che le permette di conoscere più culture.

«Credo che sia molto difficile conoscere un popolo o una cultura senza conoscerne la lingua. Se qualcuno pensa di avere letto Puskin o Majakovskij avendolo fatto in lingua italiana si sbaglia. Certo, ha letto delle traduzioni, ma la lingua originale è talmente esplosiva che non è traducibile nell’insieme dei suoi suoni. Troppi dimenticano che una lingua non è solo un insieme di significati ma anche di suoni. Sarebbe come pensare di conoscere Dante leggendolo nella traduzione portoghese o giapponese».

L’incontro con gli studenti di Biella nella mattinata di mercoledì su cosa si baserà?

«Ho fatto migliaia di incontri di questo tipo. Parleremo dei temi legati alla nostra epoca: dagli aspetti etici alla multiculturalità, dalla centralità dell’essere umano alla perdita dei valori... soprattutto di ciò che studenti e insegnanti mi chiederanno. Tratterò i temi dell’uguaglianza, dell’accoglienza, dell’amore con modalità non accademiche e attraverso lo sguardo ebraico».

Uno dei suoi racconti legati al mondo ebraico?

«Ce n’è uno che non racconto frequentemente. Perché una mamma ebrea se passano alla televisione un film pornografico, prende il lavoro a maglia e si mette a guardarlo? Perché lei, che ha avuto un’educazione dedita all’educazione dei figli, alla famiglia, al sacrificio di sé, si sottopone a un sacrificio così duro e sgradevole? Perché lei, nel suo grande cuore di mamma ebrea, spera che alla fine i due protagonisti si sposino».

Renato Iannì