Io, sepolta viva al corso antivalaghe

11 Febbraio 2010 ore 12:35

(11 feb Il soffio rauco e profondo del respiro che succhia ossigeno dal tubo collegato allo zaino; gli occhi che dalla mascherina guardano il bianco diventare grigio e poi, pian piano, un pallido nero; il cuore che batte regolare ma veloce, secondo un ritmo che finisce per essere l’unica cosa da ascoltare al di fuori del silenzio. Non è bello trovarsi sepolti vivi sotto quaranta centimetri di neve, neppure se si tratta di una prova fatta in totale sicurezza, durante un corso sul corretto uso dei materiali antivalanga, sotto lo sguardo vigile di una guida alpina. L’ho provato. E ora che so cosa significhi finire sotto la coltre bianca, dico che essere preparati ad affrontare la montagna non è un diritto. E’ un dovere. Il soffio rauco e profondo del respiro che succhia ossigeno dal tubo collegato allo zaino; gli occhi che dalla mascherina guardano il bianco diventare grigio e poi, pian piano, un pallido nero; il cuore che batte regolare ma veloce, secondo un ritmo che finisce per essere l’unica cosa da ascoltare al di fuori del silenzio. Non è bello trovarsi sepolti vivi sotto quaranta centimetri di neve, neppure se si tratta di una prova fatta in totale sicurezza, durante un corso sul corretto uso dei materiali antivalanga, sotto lo sguardo vigile di una guida alpina. L’ho provato. E ora che so cosa significhi finire sotto la coltre bianca, dico che essere preparati ad affrontare la montagna non è un diritto. E’ un dovere. Una cosa, in particolare, ricorderò di questa lezione che domenica ad Alagna mi ha tenuta occupata tutto il giorno. Ci sono tanti modi di frequentare la montagna e sfidare la neve libera, da quelli più blandi a quelli agonistici. Ma per tutti vale una sola regola: cultura. Questo è il messaggio che Michele Cucchi (detto il Lungo per via dei suoi quasi due metri di statura), la mia guida, capo del soccorso di Alagna, tra i massimi esperti di valanghe e professionista dalla lunga esperienza, ha voluto lasciarmi. «In questo mondo non servono divieti – mi ha spiegato -. Chi frequenta la montagna fuori dagli schemi e dai circuiti non vuole sentirsi dire che cosa deve fare. Serve invece una grande opera di cultura, per far capire alla gente che oggi esistono strumenti in grado di salvarci la vita dai quali non è più possibile prescindere. Pala, artva e sonda soprattutto». Il pericolo vero, e per chi ama la disciplina dello sci fuoripista non è poco, è che un domani, a furia di sentire cronache di slavine staccate, imprudenze varie e ignoranza sugli equipaggiamenti, la montagna “libera” diventi zona off limits. Un danno incalcolabile per gli sportivi, ma anche per il settore. «L’unica cosa da fare oggi è divulgare la conoscenza degli strumenti – mi ha spiegato Michele Cucchi – e del loro giusto utilizzo». La fatalità, nella vita, può succedere. Ma almeno che si sia pronti ad affrontarla con coscienza.
Veronica Balocco
11 febbraio 2010

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