Intervista a Tescari: ecco la mia verità

17 Maggio 2010 ore 13:16

(17 mag) Parla del carcere, delle due settimane trascorse in viale dei Tigli. E del conflitto con i suoi familiari, con la moglie che, a suo dire, è stata soggiogata e spinta a denunciarlo dopo 50 anni passati «d’amore e d’accordo». Si difende Older Tescari, 69 anni, imprenditore e presidente della Biellese, arrestato per il reato di maltrattamenti in famiglia e scarcerato la scorsa settimana dal Tribunale della libertà di Torino. Vorrebbe sfogarsi, raccontare di più, scendere nei particolari, ma capisce che in questa fase delle indagini è meglio limitarsi, come gli hanno consigliato i suoi legali. Non si stupisce del clamore dato alla notizia. «E’ il prezzo da pagare per la notorietà – puntualizza -. Fosse rimasta coinvolta una coppia qualunque, le avrebbero riservato al massimo un trafiletto in decima pagina». Parla del carcere, delle due settimane trascorse in viale dei Tigli. E del conflitto con i suoi familiari, con la moglie che, a suo dire, è stata soggiogata e spinta a denunciarlo dopo 50 anni passati «d’amore e d’accordo». Si difende Older Tescari, 69 anni, imprenditore e presidente della Biellese, arrestato per il reato di maltrattamenti in famiglia e scarcerato la scorsa settimana dal Tribunale della libertà di Torino. Vorrebbe sfogarsi, raccontare di più, scendere nei particolari, ma capisce che in questa fase delle indagini è meglio limitarsi, come gli hanno consigliato i suoi legali. Non si stupisce del clamore dato alla notizia. «E’ il prezzo da pagare per la notorietà – puntualizza -. Fosse rimasta coinvolta una coppia qualunque, le avrebbero riservato al massimo un trafiletto in decima pagina».
Tescari, l’accusano di maltrattamenti in famiglia. Come si difende?
«Non ho mai maltrattato nessuno, né in famiglia né fuori. E’ vero anzi il contrario: che per non maltrattare le persone, sono stato spesso io quello maltrattato. Ciò che è successo era nell’aria. Era in atto un conflitto generazionale tra me e due dei miei tre figli. Ma non doveva finire così, in quanto avremmo di sicuro risolto ogni cosa, stavamo anzi per farlo. Mia moglie è stata secondo me soggiogata».
Le accuse si basano su un presunto episodio di violenza avvenuto il 19 aprile. Cos’è successo quel giorno?
«Dovevamo recarci a un funerale. Tutto è cominciato perché mia moglie si è messa a usare brutte parole nei confronti del morto. Le ho chiesto il motivo di tanto livore, l’ho invitata a evitare certi commenti. Ed è sbucata una mazza da baseball. Col senno di poi mi viene da pensare che era già tutto preparato per arrivare a una certa azione. Se quel giorno fossi andato io per primo a farmi visitare, dentro ci finiva lei. Le botte, infatti, le ho prese io. E se non mi fossi difeso a quest’ora non sarei qui a raccontarlo».
Addirittura…
«Certo. Guai se mi avesse colpito in testa con la mazza da baseball. Purtroppo sembrava una furia, sono stato costretto ad allontanarla. Ma mi sono solo difeso. E le lesioni di poco conto che mia moglie si è fatta refertare ne sono la conferma. Ma mi avete visto? Sono fisicamente il doppio di lei: se avessi reagito sul serio, non avrebbe di sicuro riportato solo quei pochi graffi. Il giorno che si potranno vedere gli atti, vi accorgerete cosa ho dovuto subire prima di trovare la forza di reagire. E nei confronti di una persona con cui sono andato d’amore e d’accordo per cinquant’anni».
Perché non si è recato subito in ospedale?
«Volevo aspettare che si calmassero le acque. Mi sono invece reso conto in ritardo che era già tutto calcolato…».
Con quale obiettivo?
«E’ stato tutto organizzato per estromettermi in primis dal Cda dell’azienda, per lasciarmi senza alcun potere. Non penso però sia giusto comportarsi così nei confronti di uno che, con fatica e capacità, 22 anni fa ha realizzato un’impresa che ha poi regalato per il 75 per cento a moglie e figli. Non si sono però accontentati perché rimanevo comunque un freno per i loro progetti, come quello di raggiungere la stanza dei bottini e dei soldi. Perché è inutile negarlo: è tutta una questione di soldi. C’era comunque la possibilità di risolvere ogni conflitto. Volevo bene alla mia famiglia. Se avessi voluto fare loro male come dicono, non avrei regalato a ogni singolo componente una fetta della società. Senza di me, poi, come avrebbero fatto i miei figli a girare in Porsche o ad acquistare ville che neanche Onassis se le sarebbe sognate?».
E adesso?
«Continuerò ad andare a testa alta, non c’è niente di cui avere vergogna. Mi rimane nel cuore tutto ciò che ho fatto per lo sport biellese, tante esperienze che mi hanno lasciato il segno. E il telefono che squilla di continuo, in queste ore, dal mattino alla sera, è la conferma che c’è ancora qualcuno che mi vuole bene. Ringrazio tutti. Ne ho bisogno in quanto non sto ovviamente vivendo un momento facile. Perché mi è caduto un mondo addosso e a settant’anni non è facile rialzarsi. Sono anche ammalato. Ma non ho comunque intenzione di mollare».
Ora, tra le sue esperienze, c’è pure quella del carcere…
«Vero. Pensavo di doverci trascorrere un paio di giorni, mi sono invece fatto due settimane. C’è stato forse un po’ d’accanimento. Non stavo comunque male. Ero in camera da solo e il personale mi ha sempre trattato benissimo. “Presidente come sta?”, mi chiedevano. Oppure: “Presidente ha bisogno di qualcosa?”. Ciò che mi mancava, ovviamente, erano la libertà e la possibilità di andare a lavorare».
E la Biellese?
«Per il momento non voglio pensarci, ma non perché non m’interessa, solo perché ho tante altre cose a cui pensare, in primis alla mia vita che mi auguro sia ancora lunga affinché possa avere il tempo di rendere pan per focaccia a chi mi ha accusato in modo ingiusto. Ne ho le prove e presto tutti le conosceranno. Voglio comunque ribadire un concetto: mai ho maltrattato qualcuno. E mai ho dato un ceffone ai miei figli. L’unica pedata nel sedere l’ho data a mio figlio quando stava per essere bocciato per la seconda volta di fila ai Geometri e solo perché si era presentato in ritardo di un’ora all’esame. Così come mai ho messo le mani addosso a mia moglie».

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