In Piemonte 151 lupi, ma l’unico “solitario” vive in Alta Valsessera

In Piemonte 151 lupi, ma l’unico “solitario” vive in Alta Valsessera
Altro 24 Maggio 2017 ore 12:47

ALTA VALSESSERA - E’ lui. Sempre lui. M01, il lupo biellese. Gli studi confermano: i più recenti rilevamenti effettuati sul territorio, tra il 2014 e il 2016, testimoniano ancora una volta la presenza dell’unico esemplare che la provincia di Biella abbia mai potuto ospitare. M01, maschio, abitante solitario e ormai storico dell’Alta Valsessera è ancora qui. La prova scientifica, corredata di dati e risultati di rilevamenti, è contenuta nel massiccio report (“Lo stato di presenza del lupo in Piemonte”) che venerdì, a Torino, è stato presentato a conclusione degli ultimi anni di lavoro di Life WolfAlps: uno studio che rappresenta il punto di arrivo del lavoro congiunto di tutte le istituzioni e gli enti coinvolti nel monitoraggio della presenza del lupo in Piemonte e sulle Alpi, coordinato dal Centro di referenza Grandi carnivori. Ma anche il frutto del lavoro di campionamento sul campo di centinaia di operatori preparati in corsi di formazione e dell’elaborazione dei dati curata da ricercatori di rilievo internazionale.

Secondo quanto riferito dal report - che vede tra le sue anime la nota studiosa di lupi Francesca Marucco, conoscenza anche del Biellese -, il Biellese rappresenta tutto sommato un’area marginale, non estremamente interessante, in materia di presenza di lupi. «Le province di Vercelli e Biella - fanno presente gli studiosi - sono state solo saltuariamente monitorate negli anni ed unicamente in maniera opportunistica, con poche uscite sistematiche unicamente condotte tra il 2006 ed il 2008». Motivo? Non c’è popolazione. O perlomeno non popolazione consistente. «In questa zona - continuano gli esperti - dal 2006 è stato campionato un lupo maschio solitario con territorio stabile, il lupo BI-M01. Oltre a questo esemplare non sono stati documentati altri lupi con territorio stabile fino al 2014, anche se non lo si esclude dato il tipo di monitoraggio non intensivo effettuato». M01, in ogni caso, è ormai una conoscenza consolidata: «Si tratta di un maschio adulto che non ha ancora trovato una compagna e formato un branco», puntualizza il report. Una presenza testimoniata nel periodo 2014-2015, nella sola provincia di Biella (tenendo però presente che M01 spazia anche nel Vercellese), da una traccia, da una fotografia e dalla raccolta di 3 escrementi, salita quest’ultima, nel biennio 2015-2016, a 4.

Ma la situazione locale è ben lontana da quello che è lo status regionale. «Nella zona alpina della regione Piemonte - scrivono gli studiosi - si è passati in vent’anni da tre branchi riproduttivi ed una ventina di individui stimati nel 1999, alla quantificazione nell’anno 2016-2017 di 27 branchi e 6 coppie per una stima minima documentata di 151 lupi». E il primato non va certo al Biellese. «La maggior parte dei lupi presenti - continua lo studio - è stata campionata in provincia di Cuneo, dove nel 2016-2017 sono stati documentati 17 branchi e 3 coppie per un totale di minimo 101 lupi, ed a seguire nella provincia di Torino con 10 branchi e 3 coppie per un totale di minimo 46 lupi». Insomma, numeri di tutto rispetto. Che nei confronti del passato testimoniano una crescita costante: «I risultati sia delle stime della consistenza numerica sia della distribuzione - spiegano ancora i tecnici - confermano la crescita della popolazione ed uno status della popolazione di lupo in Piemonte positivo ed in espansione in primis a livello spaziale, e di conseguenza a livello demografico». Quanto basta per avere paura? No, secondo gli addetti ai lavori. «La messa in atto di azioni di prevenzione è fondamentale per l’accettazione e la conservazione di un predatore - conclude il report -. Benché sia praticamente impossibile azzerare i danni, l’obiettivo che ci si prefigge attraverso la combinazione anche di più sistemi di prevenzione (dalla presenza di un guardiano alla posa di recinzioni elettrificate, sino all’uso di cani) è quello di ridurre gli eventi predatori e il numero di vittime così da diminuire, da una parte, le pressioni psicologiche e le tensioni negli allevatori coinvolti e, dall’altra, il conflitto tra predatore ed attività antropiche».

Veronica Balocco

ALTA VALSESSERA - E’ lui. Sempre lui. M01, il lupo biellese. Gli studi confermano: i più recenti rilevamenti effettuati sul territorio, tra il 2014 e il 2016, testimoniano ancora una volta la presenza dell’unico esemplare che la provincia di Biella abbia mai potuto ospitare. M01, maschio, abitante solitario e ormai storico dell’Alta Valsessera è ancora qui. La prova scientifica, corredata di dati e risultati di rilevamenti, è contenuta nel massiccio report (“Lo stato di presenza del lupo in Piemonte”) che venerdì, a Torino, è stato presentato a conclusione degli ultimi anni di lavoro di Life WolfAlps: uno studio che rappresenta il punto di arrivo del lavoro congiunto di tutte le istituzioni e gli enti coinvolti nel monitoraggio della presenza del lupo in Piemonte e sulle Alpi, coordinato dal Centro di referenza Grandi carnivori. Ma anche il frutto del lavoro di campionamento sul campo di centinaia di operatori preparati in corsi di formazione e dell’elaborazione dei dati curata da ricercatori di rilievo internazionale.

Secondo quanto riferito dal report - che vede tra le sue anime la nota studiosa di lupi Francesca Marucco, conoscenza anche del Biellese -, il Biellese rappresenta tutto sommato un’area marginale, non estremamente interessante, in materia di presenza di lupi. «Le province di Vercelli e Biella - fanno presente gli studiosi - sono state solo saltuariamente monitorate negli anni ed unicamente in maniera opportunistica, con poche uscite sistematiche unicamente condotte tra il 2006 ed il 2008». Motivo? Non c’è popolazione. O perlomeno non popolazione consistente. «In questa zona - continuano gli esperti - dal 2006 è stato campionato un lupo maschio solitario con territorio stabile, il lupo BI-M01. Oltre a questo esemplare non sono stati documentati altri lupi con territorio stabile fino al 2014, anche se non lo si esclude dato il tipo di monitoraggio non intensivo effettuato». M01, in ogni caso, è ormai una conoscenza consolidata: «Si tratta di un maschio adulto che non ha ancora trovato una compagna e formato un branco», puntualizza il report. Una presenza testimoniata nel periodo 2014-2015, nella sola provincia di Biella (tenendo però presente che M01 spazia anche nel Vercellese), da una traccia, da una fotografia e dalla raccolta di 3 escrementi, salita quest’ultima, nel biennio 2015-2016, a 4.

Ma la situazione locale è ben lontana da quello che è lo status regionale. «Nella zona alpina della regione Piemonte - scrivono gli studiosi - si è passati in vent’anni da tre branchi riproduttivi ed una ventina di individui stimati nel 1999, alla quantificazione nell’anno 2016-2017 di 27 branchi e 6 coppie per una stima minima documentata di 151 lupi». E il primato non va certo al Biellese. «La maggior parte dei lupi presenti - continua lo studio - è stata campionata in provincia di Cuneo, dove nel 2016-2017 sono stati documentati 17 branchi e 3 coppie per un totale di minimo 101 lupi, ed a seguire nella provincia di Torino con 10 branchi e 3 coppie per un totale di minimo 46 lupi». Insomma, numeri di tutto rispetto. Che nei confronti del passato testimoniano una crescita costante: «I risultati sia delle stime della consistenza numerica sia della distribuzione - spiegano ancora i tecnici - confermano la crescita della popolazione ed uno status della popolazione di lupo in Piemonte positivo ed in espansione in primis a livello spaziale, e di conseguenza a livello demografico». Quanto basta per avere paura? No, secondo gli addetti ai lavori. «La messa in atto di azioni di prevenzione è fondamentale per l’accettazione e la conservazione di un predatore - conclude il report -. Benché sia praticamente impossibile azzerare i danni, l’obiettivo che ci si prefigge attraverso la combinazione anche di più sistemi di prevenzione (dalla presenza di un guardiano alla posa di recinzioni elettrificate, sino all’uso di cani) è quello di ridurre gli eventi predatori e il numero di vittime così da diminuire, da una parte, le pressioni psicologiche e le tensioni negli allevatori coinvolti e, dall’altra, il conflitto tra predatore ed attività antropiche».

Veronica Balocco