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In morte dell’alpino Giovanni Eusebio, calzolaio di Tollegno

In morte dell’alpino Giovanni Eusebio, calzolaio di Tollegno
Altro 12 Dicembre 2015 ore 13:39

Novantanove anni. Ieri notte, verso l’una, novantanove anni fa. Ci sono tante domande che, probabilmente, non ti aspetti di sentirti fare sulla tua morte. E’ stato un istante o ci è voluto molto? Hai avuto tempo di avere paura? Il fatto di non essere stato da solo ha cambiato in qualche modo le cose? A che cosa stavi pensando mentre hai udito il boato, mentre quel tratto di valle si è svuotato dall’aria e si è riempito di silenzio? E ti è passata, come dicono, tutta la vita davanti? La tua vita né breve né lunga trascorsa all’ombra del Mucrone e sotto il sole dell’Africa, continuata per poco Oltralpe e finita coperta di neve...
Ti risparmio la domanda più difficile e sciocca, quella che riguarda il valerne la pena. Eri lì come tanti, comandato e senz’altra scelta. Sei rimasto lì come tanti, sacrificato. La tua è la storia di quasi tutti, di quelli che chiamiamo eroi, anche di quelli che non lo furono affatto, di quelli che fecero ciò che non potevano non fare. Tutte le mie richieste di chiarimento non hanno niente a che spartire con l’interesse storico, con la ricerca delle tracce del passato, con l’intento di abbozzare l’ennesimo ritratto del milite caduto della Grande Guerra: contadino e fante, uomo qualunque e martire, vecchio piemontese e italiano nuovo. Le mie domande sono il frutto di un improponibile mettermi nei tuoi panni, per provare a immedesimarmi.
Mi giustifica il fatto che milioni di altri, prima e dopo di me, hanno fatto e faranno lo stesso. In un impeto di umanità postuma vogliamo e vorremo capire che cosa può essere il morire così, in guerra ma senza combattere, da alpinista più che da alpino. I più non sanno quanti ne hanno uccisi le valanghe, nemiche di entrambe le armate. Detto questo, ignora tutti i miei dubbi inopportuni.

Novantanove anni. Ieri notte, verso l’una, novantanove anni fa. Ci sono tante domande che, probabilmente, non ti aspetti di sentirti fare sulla tua morte. E’ stato un istante o ci è voluto molto? Hai avuto tempo di avere paura? Il fatto di non essere stato da solo ha cambiato in qualche modo le cose? A che cosa stavi pensando mentre hai udito il boato, mentre quel tratto di valle si è svuotato dall’aria e si è riempito di silenzio? E ti è passata, come dicono, tutta la vita davanti? La tua vita né breve né lunga trascorsa all’ombra del Mucrone e sotto il sole dell’Africa, continuata per poco Oltralpe e finita coperta di neve...
Ti risparmio la domanda più difficile e sciocca, quella che riguarda il valerne la pena. Eri lì come tanti, comandato e senz’altra scelta. Sei rimasto lì come tanti, sacrificato. La tua è la storia di quasi tutti, di quelli che chiamiamo eroi, anche di quelli che non lo furono affatto, di quelli che fecero ciò che non potevano non fare. Tutte le mie richieste di chiarimento non hanno niente a che spartire con l’interesse storico, con la ricerca delle tracce del passato, con l’intento di abbozzare l’ennesimo ritratto del milite caduto della Grande Guerra: contadino e fante, uomo qualunque e martire, vecchio piemontese e italiano nuovo. Le mie domande sono il frutto di un improponibile mettermi nei tuoi panni, per provare a immedesimarmi.
Mi giustifica il fatto che milioni di altri, prima e dopo di me, hanno fatto e faranno lo stesso. In un impeto di umanità postuma vogliamo e vorremo capire che cosa può essere il morire così, in guerra ma senza combattere, da alpinista più che da alpino. I più non sanno quanti ne hanno uccisi le valanghe, nemiche di entrambe le armate. Detto questo, ignora tutti i miei dubbi inopportuni.
C’è però una curiosità che più delle altre mi rode. Per chi era quella lettera? A chi avevi scritto? Che cosa avevi scritto, che valeva un rischio tanto grande? I carabinieri l’hanno intercettata o è arrivata a destinazione? Eri appena smontato dalla prima linea e ci saresti tornato presto. Era un semplice saluto, una rassicurazione per chi ti aspettava a casa? Era un messaggio d’amore? Avevi trentacinque anni, non più l’età per la morosa. Forse era per tua moglie, per i tuoi figli? Basterebbe sfogliare i registri dello stato civile, ma non importa adesso. Sarebbe bello recuperare quella missiva. Eri a Schio, l’11 agosto 1916. Il vicebrigadiere Marangio ti ha visto mentre ti avvicinavi alla cassetta postale “civile ”. Sei un soldato, non puoi usare la posta normale. Lo sai, sai che ti potrebbe costare caro, sai che potresti finire davanti al Tribunale Militare e che un giudice troppo zelante non troverebbe ostacoli ad accusarti di “intelligenza con il nemico” e a farti fucilare. Il carabiniere ti ordina di non imbucare. Tu trasgredisci. Non solo, quando ti chiede di declinare le tue generalità non gli rispondi e te ne torni al reparto. Spiccano un mandato di cattura. Il 29 agosto sei già sul Pasubio, in trincea, ma la giustizia, a volte, è più forte della guerra. Magari fosse davvero e sempre così... Ti processano e ti condannano. Un anno di reclusione. Se lo avessi scontato in galera, a Gaeta o a Peschiera del Garda, saresti sopravvissuto? Chi può dirlo? La pena è sospesa fino alla cessazione dello stato di guerra. La Patria ha bisogno di te, di tutti, anche quelli che si sono
macchiati di un reato così grave. Spedire una lettera a casa, a Tollegno, dove attendevano tue notizie, dove avrebbero appreso che saresti tornato lassù nel giro di pochi giorni, che eri disperato, che non ne potevi più di quelle montagne, che volevi rivedere le tue. E’ stata la tua ultima lettera? Volevi che arrivasse, volevi che eludesse la censura. Dal fronte non ti sarebbe stato possibile. Sapevi anche questo. Spero che sia andata bene, spero che di notte, durante le guardie o sotto il fuoco nemico, il pensiero di quella tua insubordinazione non ti abbia angustiato come una sconfitta. Al contrario, mi piace pensare a un tuo mezzo sorriso, frutto di una tua piccola vittoria ottenuta non contro chi ti sparava addosso, bensì su quelli che ti avevano spedito lì a farti sparare addosso. Vorrei essere smentito, vorrei che un tuo nipote, leggendo queste righe, si ricordasse di quella lettera e che la tirasse fuori per te, per me e per tutti. Ma realisticamente è piuttosto difficile che accada. Poi venne la neve. Bollettino del generale Cadorna del 7 dicembre 1916: “Nel teatro delle operazioni persiste il maltempo con abbondanti nevicate nella zona montuosa”. Tu non sei che una comparsa nel teatro delle operazioni. Quindi nevica anche su di te. Ti lamenti con i tuoi commilitoni. Più d’uno può capirti e condivide con te il ricordo della Libia.
Sì, perchè per l’alpino Giovanni Eusebio Rosazza, nato a Tollegno il 21 ottobre 1891, da Antonio e Rosa Ramasco, quella non è la prima guerra. Eri soldato di leva nel 1911 e nell’autunno di quell’anno il Regno d’Italia non aveva più saputo resistere alla tentazione di regalarsi la costa e un po’ di entroterra dello “scatolone di sabbia” ottomano. Il 20 aprile 1912 il battaglione “Aosta” si imbarcava a Genova e tu eri nel contingente. Il tuo foglio matricolare è avaro di dettagli. Non tramanda nulla della tua esperienza nordafricana. Certo, un regio decreto ti autorizzava “a fregiarti della medaglia commemorativa della guerra Italo-Turca ”, ma questo valeva per tutti. Ti eri comportato bene e la tua buona condotta ti sarebbe servita, ma non ho potuto scoprire se sei stato con gli altri alpini a combattere, a giugno, dalle parti di Misurata o se te la sei cavata con qualche scaramuccia o con un servizio da retrovia. Di sicuro non eri a Kasr el Leben, a Casa Aronne o nel vallone di Bu Msafer. E’ il tuo fascicolo a dirlo. Nel luglio del 1913, dopo più di un anno di “bel suol d’amore”, ti hanno rimpatriato per malattia. Quando sbarchi a Napoli sei inquadrato nel battaglione “Ivrea” e il 25 novembre 1913 ti congedano. Civile e libero di tornare alla miseria del tuo mestiere di calzolaio. Hai già più di trent’anni e a Tollegno non c’è futuro. E’ per questo che ti prepari a partire? Non saresti stato il primo e nemmeno l’ultimo. Il 6 marzo 1914 il sindaco ti rilascia il passaporto per la Francia e per la Svizzera. Ma sei partito davvero? Se sì il tuo espatrio è durato poco. Quando Gavrilo Princip uccide l’Arciduca a Sarajevo la guerra diventa una questione di tempo.
Ti richiamano ai primi di luglio del ‘14 e ancora una volta è caserma a Ivrea, fino a Natale. In estate giravano voci di missioni in Epiro. In inverno in parecchi partono per l’Albania. Il Regio Esercito non è ancora in “zona di guerra”, ma combatte già. Tu la scampi, ma è solo un breve rinvio. Il 23 maggio 1915 sei già in “zona di guerra”, anche se non si combatte ancora. Per sapere che cosa ti è successo nei successivi diciotto mesi basta scorrere i bollettini. Il 4° Rgt. Alpini è dislocato tra Trentino e Veneto, ai piedi o sul Pasubio, a seconda di come ondeggia la linea del fronte, qualche metro alla volta. La tua compagnia, la 86a del “Monte Levanna”, è schierata sulle cime e sui colli dal 26 agosto 1916. Quindici giorni prima avevi spedito la tua lettera. Il 19 dicembre ci sarebbe stato il cambio. Da ottobre il tempo si era fatto brutto e freddo. Attacchi e contrattacchi in quota, sotto la neve. La valanga delle prime ore dell’11 dicembre si stacca dal Corno del Pasubio e si scarica nella Val Caprara. Al fondo ci sono le cucine della 86a e alcuni baraccamenti di ricovero. La massa si abbatte sull’avamposto e lo seppellisce. In uno dei ricoveri si riposano quindici alpini. Uno sei tu. Si salvano in cinque. Non tu. Ti riconoscono dai brandelli di uniforme che la furia della slavina ti ha lasciato indosso. Ci sono con te dei bolognesi e dei canavesani sotto le assi e le travi schiantate. Un cappellano e un suo aiutante muoiono nello stesso minimo evento, del tutto normale per il luogo e per il
periodo dell’anno. Niente di nuovo sul fronte orientale. Sistemano i feriti in un’altra baracca.
Poco dopo una seconda valanga distrugge anche quella e un altro alpino perde la vita. Ma tu eri già andato avanti.
Danilo Craveia