"Il rischio d'espulsione c'è"

"Il rischio d'espulsione c'è"
Altro 02 Marzo 2012 ore 10:51

Dal 17 febbraio i primi profughi africani hanno iniziato i colloqui con i responsabili della Commissione territoriale che deciderà il loro destino nel nostro Paese. Resteranno in Italia o saranno mandati via?
 

Avvocato Marco Cavicchioli, è questo il dilemma?
«Sì. Se non viene riconosciuto loro lo status di “rifugiati politici”, per diverse ragioni, oppure non viene concesso un permesso per motivi umanitari,  l’alternativa è l’ultimatum di lasciare l’Italia entro quindici giorni».
 
Come stanno andando i colloqui?
«Non lo sappiamo. Gli incontri sono individuali e il risultato si conoscerà tra circa un mese».
 
E’ ottimista?
«Una commissione sta decidendo della loro vita. Rischiano di diventare clandestini e di essere risucchiati in un tunnel d’emarginazione e di pericoli. Sono preoccupato perché la materia è complessa e i rischi che questi uomini corro alti. Lei come si sentirebbe»?

Ha visitato il Centro di Muzzano?
«Certo. Tre volte. Ho parlato con queste persone e cercato di capire la loro situazione. E non è facile».
 
Perché?
«Molti non parlano lingue occidentali e non hanno documenti d’identità. E ottenere lo status di rifugiato politico non è una passeggiata».
 
No?
«No. La questione è molto complessa. Provo a semplificare: queste persone devono dimostrare di essere perseguitate nel loro Paese individualmente o collettivamente, diciamo per motivi religiosi, politici o razziali. Ma lo devono dimostrare... E come si può intuire non è affatto semplice. In alternativa possono provare ad ottenere un permesso per motivi umanitari in quanto “profughi di guerra”,  che può essere riconosciuto poiché si tratta di persone che a causa della guerra in Libia hanno perso tutto».

 
Quante persone sono nella stessa situazione, in Italia?
«Credo dai 20 ai 30 mila. Uomini provenienti dalla Libia, scappati per via della guerra civile».
 
Cosa si augura?
«Che queste persone ottengano almeno un “permesso di soggiorno” per  “motivi umanitari” per un paio d’anni, durante i quali potrebbero trovare lavoro e sistemarsi dignitosamente».