Giornata della Memoria: la Shoah a scuola per un’educazione morale

Giornata della Memoria: la Shoah a scuola per un’educazione morale
Altro 27 Gennaio 2017 ore 12:28

La ricercatrice storica Marta Nicolo, in collaborazione con l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, è impegnata, con altri colleghi, in un tour di lezioni nelle scuole primarie e secondarie volto alla sensibilizzazione sui temi della Shoah. Per i lettori di Eco, Nicolo  propone alcuni interessanti spunti di riflessione storica e morale. La decisione di “far scomparire” il popolo ebraico dalla faccia della terra, la determinazione nel decidere chi debba e chi non debba abitare il pianeta, una determinazione spinta alle estreme conseguenze. Il paradigma dell’annientamento dell’altro, del diverso, la Shoah. Il genocidio ebraico è il solo nella storia completamente sprovvisto d’una natura strumentale, il solo in cui l’eliminazione delle vittime non fu un mezzo ma un fine in sé. Il fine di uccidere gli ebrei per reato di nascita. Gli ebrei colpevoli solo di questo, di esistere in quanto tali. Occuparsi della memoria della Shoah oggi vuol dire scontrarsi con un fenomeno tanto dilagante quanto preoccupante, il revisionismo che spinge verso la banalizzazione ed equiparando tutto a tutti,  che cancella le caratteristiche che invece fanno della Shoah un crimine senza precedenti. Insegnare la Shoah obbliga pertanto a un assoluto rigore, ogni evento deve essere inserito all'interno di specifiche coordinate storiche, evitando con cura ogni forma di assimilazione sommaria, che si presta ad inevitabili e fuorvianti semplificazioni. Certo la precisione e il rigore sono indispensabili quando si fa storia per qualunque argomento, ma con la Shoah a maggior ragione, perchè ci troviamo di fronte a un evento che tutti, giovani e adulti, affermano di conoscere, ma che a ben guardare, ben pochi studiano e mostrano di avere compreso. Numerosi sono ancora gli errori di interpretazione e i pregiudizi, dovuti principalmente a una scarsa conoscenza storica e a una altrettanto scarsa comprensione politica oltre che morale dell’evento.  Uno degli errori più frequenti è quello di amalgamare il destino di tutte le vittime del nazismo, soprattutto quando si parla di deportazione e di lager. La storia del Terzo Reich è stata contrassegnata da numerosi crimini, con milioni di persone discriminate, offese, imprigionate, torturate, schiavizzate, molte delle quali barbaramente uccise con vari metodi, persone che il regime nazista ha voluto colpire in quanto considerate nemici pericolosi, elementi inadatti o inutili alla costruzione del grande impero tedesco, ritenute di razza inferiore o con caratteristiche fisiche o morali incompatibili con la cosiddetta Volksgemeinschaft e con lo “spirito ariano”. Ma se la memoria del nazismo deve ricordare tutte le categorie perseguitate dal regime hitleriano, la Shoah è la storia del genocidio degli ebrei, non dei campi di concentramento e nemmeno, in genere, della deportazione. Tanto per fare solo un esempio, non c’è mai stata nella politica nazista un progetto di deportare e internare tutti gli omosessuali o tutti i Testimoni di Geova di tutti i Paesi dell’Europa occupata.  D’altro canto, occorre sgomberare subito il campo da un altro equivoco in cui spesso si cade: l’universo concentrazionario, da Dachau a Mauthausen per citare solo due nomi di KL molto conosciuti, non c’entra con il progetto di messa a morte degli ebrei. I lager, vale la pena ricordarlo, vengono istituiti fin dai primi mesi del 1933 per imprigionarvi e rieducare i Tedeschi ostili al nazismo, cioè inizialmente per gli avversari politici. Negli anni seguenti vi saranno destinate altre categorie, come i criminali comuni, gli omosessuali, gli alcolizzati, i vagabondi, i Testimoni di Geova, fino ai Rom e ai Sinti, ma non va confusa la politica di repressione del regime - che fino allo scoppio della guerra è rivolta essenzialmente all’interno della stessa società tedesca, che va “ripulita” degli elementi scomodi, va compattata, omogeneizzata ideologicamente e biologicamente - , con la politica di persecuzione degli ebrei che segue un percorso totalmente distinto. Spesso si cade nell'errore di confondere tutte le vittime in un’unica categoria e in un unico destino. In realtà i percorsi e soprattutto le ragioni della deportazione furono molto diversi ed è molto importante. Il 90% degli ebrei catturati dai nazisti viene condannato alla morte immediata, per fucilazione di massa nei territori dell’Urss o in appositi centri di messa a morte installati sul territorio polacco, i cosiddetti campi dell’Aktion Reinhard, Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka. Questi campi non erano nemmeno dei lager in senso stretto, poichè le vittime venivano uccise per asfissia appena scese dai treni, non c’era selezione all’arrivo, nè immatricolazione col tatuaggio, erano luoghi di assassinio relativamente piccoli rispetto alla superficie dei campi di concentramento, appunto perchè comprendevano solo le strutture essenziali legate alle uccisioni sistematiche. Deve essere sottolineato il fatto che la maggior parte delle vittime della Shoah non è mai entrata in un campo di concentramento: almeno un terzo delle vittime, cioè circa 2 milioni di ebrei, soprattutto russi, sono stati assassinati in fucilazioni di massa per opera dei battaglioni detti Einsatzgruppen, che non incominciano ad uccidere sistematicamente dopo l’invasione dell’Urss, cioè dal 22 giugno 1941, ma fin dall’aggressione alla Polonia. Centinaia di migliaia di ebrei muoiono ancora prima della deportazione, di fame, di malattia, di stenti, per le inumane condizioni dei ghetti.  Il crimine di 6 milioni di ebrei non è stato commesso solo da una squadra di assassini ma da una società (si stima che sarebbero state coinvolte all'incirca un milione di persone, con gradi diversi di responsabilità). Eppure ancora oggi sentiamo ancora troppo spesso parlare di “responsabilità nazionali”, quasi a volersi tirare fuori, quasi a voler negare il fatto che il male potenziale è presente in ciascuno e che è la responsabilità individuale a renderci attori della storia. Parlare ai ragazzi delle scuole oggi vuol dire quindi ragionare e intervenire su binari paralleli. Vuol dire insegnare l'assassinio del popolo ebraico come un evento storico, un evento che va necessariamente inserito nel contesto più ampio della storia europea. Ma nel farlo è importante non limitarsi a una mera ricostruzione cronologica dei fatti incapace di interrogare  le radici del discorso antisemita, il peso dell'ideologia nazista e, più in generale, dell'irrazionale e della paura, ma soprattutto incapace di rimettere in causa le strutture politiche della nostra modernità. In tal caso il nostro insegnamento  è votato al fallimento, col rischio di non far emergere ciò che rende la Shoah un crimine senza precedenti e di presentarla agli studenti come una violenza tra i tanti crimini contro l'umanità. La sfida insita è quella di coniugare al contempo un insegnamento storico, basato su una conoscenza puntuale e rigorosa dei fatti, e un'educazione morale, centrata sulla riflessione attorno al nostro senso di responsabilità e alla nostra libera scelta.  La domanda che ci deve guidare sempre è: che cosa si deve apprendere come uomini, ancora prima che come studenti, insegnanti o studiosi, a partire dalla Shoah?Marta Nicolo

La ricercatrice storica Marta Nicolo, in collaborazione con l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia, è impegnata, con altri colleghi, in un tour di lezioni nelle scuole primarie e secondarie volto alla sensibilizzazione sui temi della Shoah. Per i lettori di Eco, Nicolo  propone alcuni interessanti spunti di riflessione storica e morale. La decisione di “far scomparire” il popolo ebraico dalla faccia della terra, la determinazione nel decidere chi debba e chi non debba abitare il pianeta, una determinazione spinta alle estreme conseguenze. Il paradigma dell’annientamento dell’altro, del diverso, la Shoah. Il genocidio ebraico è il solo nella storia completamente sprovvisto d’una natura strumentale, il solo in cui l’eliminazione delle vittime non fu un mezzo ma un fine in sé. Il fine di uccidere gli ebrei per reato di nascita. Gli ebrei colpevoli solo di questo, di esistere in quanto tali. Occuparsi della memoria della Shoah oggi vuol dire scontrarsi con un fenomeno tanto dilagante quanto preoccupante, il revisionismo che spinge verso la banalizzazione ed equiparando tutto a tutti,  che cancella le caratteristiche che invece fanno della Shoah un crimine senza precedenti. Insegnare la Shoah obbliga pertanto a un assoluto rigore, ogni evento deve essere inserito all'interno di specifiche coordinate storiche, evitando con cura ogni forma di assimilazione sommaria, che si presta ad inevitabili e fuorvianti semplificazioni. Certo la precisione e il rigore sono indispensabili quando si fa storia per qualunque argomento, ma con la Shoah a maggior ragione, perchè ci troviamo di fronte a un evento che tutti, giovani e adulti, affermano di conoscere, ma che a ben guardare, ben pochi studiano e mostrano di avere compreso. Numerosi sono ancora gli errori di interpretazione e i pregiudizi, dovuti principalmente a una scarsa conoscenza storica e a una altrettanto scarsa comprensione politica oltre che morale dell’evento.  Uno degli errori più frequenti è quello di amalgamare il destino di tutte le vittime del nazismo, soprattutto quando si parla di deportazione e di lager. La storia del Terzo Reich è stata contrassegnata da numerosi crimini, con milioni di persone discriminate, offese, imprigionate, torturate, schiavizzate, molte delle quali barbaramente uccise con vari metodi, persone che il regime nazista ha voluto colpire in quanto considerate nemici pericolosi, elementi inadatti o inutili alla costruzione del grande impero tedesco, ritenute di razza inferiore o con caratteristiche fisiche o morali incompatibili con la cosiddetta Volksgemeinschaft e con lo “spirito ariano”. Ma se la memoria del nazismo deve ricordare tutte le categorie perseguitate dal regime hitleriano, la Shoah è la storia del genocidio degli ebrei, non dei campi di concentramento e nemmeno, in genere, della deportazione. Tanto per fare solo un esempio, non c’è mai stata nella politica nazista un progetto di deportare e internare tutti gli omosessuali o tutti i Testimoni di Geova di tutti i Paesi dell’Europa occupata.  D’altro canto, occorre sgomberare subito il campo da un altro equivoco in cui spesso si cade: l’universo concentrazionario, da Dachau a Mauthausen per citare solo due nomi di KL molto conosciuti, non c’entra con il progetto di messa a morte degli ebrei. I lager, vale la pena ricordarlo, vengono istituiti fin dai primi mesi del 1933 per imprigionarvi e rieducare i Tedeschi ostili al nazismo, cioè inizialmente per gli avversari politici. Negli anni seguenti vi saranno destinate altre categorie, come i criminali comuni, gli omosessuali, gli alcolizzati, i vagabondi, i Testimoni di Geova, fino ai Rom e ai Sinti, ma non va confusa la politica di repressione del regime - che fino allo scoppio della guerra è rivolta essenzialmente all’interno della stessa società tedesca, che va “ripulita” degli elementi scomodi, va compattata, omogeneizzata ideologicamente e biologicamente - , con la politica di persecuzione degli ebrei che segue un percorso totalmente distinto. Spesso si cade nell'errore di confondere tutte le vittime in un’unica categoria e in un unico destino. In realtà i percorsi e soprattutto le ragioni della deportazione furono molto diversi ed è molto importante. Il 90% degli ebrei catturati dai nazisti viene condannato alla morte immediata, per fucilazione di massa nei territori dell’Urss o in appositi centri di messa a morte installati sul territorio polacco, i cosiddetti campi dell’Aktion Reinhard, Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka. Questi campi non erano nemmeno dei lager in senso stretto, poichè le vittime venivano uccise per asfissia appena scese dai treni, non c’era selezione all’arrivo, nè immatricolazione col tatuaggio, erano luoghi di assassinio relativamente piccoli rispetto alla superficie dei campi di concentramento, appunto perchè comprendevano solo le strutture essenziali legate alle uccisioni sistematiche. Deve essere sottolineato il fatto che la maggior parte delle vittime della Shoah non è mai entrata in un campo di concentramento: almeno un terzo delle vittime, cioè circa 2 milioni di ebrei, soprattutto russi, sono stati assassinati in fucilazioni di massa per opera dei battaglioni detti Einsatzgruppen, che non incominciano ad uccidere sistematicamente dopo l’invasione dell’Urss, cioè dal 22 giugno 1941, ma fin dall’aggressione alla Polonia. Centinaia di migliaia di ebrei muoiono ancora prima della deportazione, di fame, di malattia, di stenti, per le inumane condizioni dei ghetti.  Il crimine di 6 milioni di ebrei non è stato commesso solo da una squadra di assassini ma da una società (si stima che sarebbero state coinvolte all'incirca un milione di persone, con gradi diversi di responsabilità). Eppure ancora oggi sentiamo ancora troppo spesso parlare di “responsabilità nazionali”, quasi a volersi tirare fuori, quasi a voler negare il fatto che il male potenziale è presente in ciascuno e che è la responsabilità individuale a renderci attori della storia. Parlare ai ragazzi delle scuole oggi vuol dire quindi ragionare e intervenire su binari paralleli. Vuol dire insegnare l'assassinio del popolo ebraico come un evento storico, un evento che va necessariamente inserito nel contesto più ampio della storia europea. Ma nel farlo è importante non limitarsi a una mera ricostruzione cronologica dei fatti incapace di interrogare  le radici del discorso antisemita, il peso dell'ideologia nazista e, più in generale, dell'irrazionale e della paura, ma soprattutto incapace di rimettere in causa le strutture politiche della nostra modernità. In tal caso il nostro insegnamento  è votato al fallimento, col rischio di non far emergere ciò che rende la Shoah un crimine senza precedenti e di presentarla agli studenti come una violenza tra i tanti crimini contro l'umanità. La sfida insita è quella di coniugare al contempo un insegnamento storico, basato su una conoscenza puntuale e rigorosa dei fatti, e un'educazione morale, centrata sulla riflessione attorno al nostro senso di responsabilità e alla nostra libera scelta.  La domanda che ci deve guidare sempre è: che cosa si deve apprendere come uomini, ancora prima che come studenti, insegnanti o studiosi, a partire dalla Shoah?Marta Nicolo