«Evitare l’abbandono dei terreni frammentati? Si può, unendo le forze»

«Evitare l’abbandono dei terreni frammentati? Si può, unendo le forze»
07 Marzo 2017 ore 11:37

CASAPINTA  – Cinque milioni di particelle catastali. Mezzo milione in più degli abitanti del Piemonte. In regione si confrontano con questa, drammatica, situazione i tentativi di gestione del territorio. Una situazione non più sostenibile, che rende impossibile qualsiasi tipo di azione strutturata, in termini di manutenzione o di sfruttamento economico, dei terreni agricoli locali. E che oggi rende impellente, assolutamente necessario, un drastico cambio di rotta. Verosimilmente, verso una delle possibili alternative in grado di «offrire un impulso significativo all’insediamento di nuove attività, favorendo l’occupazione», ma anche permettendo finalmente una manutenzione massiccia e organizzata del territorio. Un’alternativa che ha un nome: associazioni fondiarie. 
E’ questo il tema che è stato sviscerato venerdì, nella sede dell’Unione montana del Biellese orientale, al convegno indetto da Uncem per fare il punto della situazione, nell’ambito di una serie di incontri a livello piemontese, sul tema. Popolato da relatori di caratura regionale, da tempo impegnati su questo fronte, e da spettatori per lo più di estrazione amministrativa, biellesi e valsesiani, l’incontro ha messo in chiaro alla platea locale le possibilità offerte dal nuovo modello. «La parcellizzazione e l’abbandono del terreno stanno provocando grossi danni – ha chiarito Igor Boni, di  Ipla -. Pensiamo alla fascia dei castagneti, vera possibile fonte di ricchezza su più fronti: 200mila ettari in Piemonte che pian piano stanno collassando». Con quali prospettive? Il nulla, «senza un cambiamento di prospettiva». 
Il principio delle associazioni fondiarie è semplice. E a dispetto delle letture che potrebbero dare adito a diffidenze, anche estremamente rispettoso della proprietà privata: si tratta, in pratica, di sostituire alla gestione individuale della terra una gestione di tipo collettivo, senza appunto intaccare il diritto personale di proprietà. «La fondiaria – spiega l’Uncem, presente al convegno con il presidente piemontese Lido Riba e la vicepresidente Paola Vercellotti – è una comune associazione, meglio se costituita sotto l’egida del Comune o dell’Unione di riferimento, che si adopera per ottenere appezzamenti sufficientemente estesi da risultare appetibili per uno sfruttamento razionale e sostenibile». I singoli proprietari, in sostanza, delegano all’ente la gestione dei terreni per un certo periodo, sollevandosi così dalle incombenze  legate alla manutenzione dei fondi e scongiurando il rischio di usucapione».
Ma come arrivare a un risultato tanto ambizioso? «Si tratta di una grossa opportunità – ha chiarito Carlo Grosso, presidente dell’Unione montana -, che ci spinge ancor più nella direzione del fare sinergia. Del lavorare insieme». «Un’esigenza dalla quale non possiamo più prescindere – ha aggiunto l’assessore dell’Unione Gian Matteo Passuello -, perché il nostro territorio è fortemente bisognoso di manutenzione. E per agire è fondamentale che le imprese possano operare su superfici adeguate».
 «Associazioni fondiarie, cooperative di comunità, riorganizzazione delle stalle, attivazione di filiere di prodotti, nuove coltivazioni: ecco da dove passa il futuro della montagna», ha chiarito Lido Riba nel suo intervento conclusivo. Lanciando così idealmente la palla tra le mani degli amministratori e degli enti pubblici, «veri propulsori» delle possibili iniziative che potranno svilupparsi in tal senso. A beneficio di tutti. 
Veronica Balocco

CASAPINTA  – Cinque milioni di particelle catastali. Mezzo milione in più degli abitanti del Piemonte. In regione si confrontano con questa, drammatica, situazione i tentativi di gestione del territorio. Una situazione non più sostenibile, che rende impossibile qualsiasi tipo di azione strutturata, in termini di manutenzione o di sfruttamento economico, dei terreni agricoli locali. E che oggi rende impellente, assolutamente necessario, un drastico cambio di rotta. Verosimilmente, verso una delle possibili alternative in grado di «offrire un impulso significativo all’insediamento di nuove attività, favorendo l’occupazione», ma anche permettendo finalmente una manutenzione massiccia e organizzata del territorio. Un’alternativa che ha un nome: associazioni fondiarie. 
E’ questo il tema che è stato sviscerato venerdì, nella sede dell’Unione montana del Biellese orientale, al convegno indetto da Uncem per fare il punto della situazione, nell’ambito di una serie di incontri a livello piemontese, sul tema. Popolato da relatori di caratura regionale, da tempo impegnati su questo fronte, e da spettatori per lo più di estrazione amministrativa, biellesi e valsesiani, l’incontro ha messo in chiaro alla platea locale le possibilità offerte dal nuovo modello. «La parcellizzazione e l’abbandono del terreno stanno provocando grossi danni – ha chiarito Igor Boni, di  Ipla -. Pensiamo alla fascia dei castagneti, vera possibile fonte di ricchezza su più fronti: 200mila ettari in Piemonte che pian piano stanno collassando». Con quali prospettive? Il nulla, «senza un cambiamento di prospettiva». 
Il principio delle associazioni fondiarie è semplice. E a dispetto delle letture che potrebbero dare adito a diffidenze, anche estremamente rispettoso della proprietà privata: si tratta, in pratica, di sostituire alla gestione individuale della terra una gestione di tipo collettivo, senza appunto intaccare il diritto personale di proprietà. «La fondiaria – spiega l’Uncem, presente al convegno con il presidente piemontese Lido Riba e la vicepresidente Paola Vercellotti – è una comune associazione, meglio se costituita sotto l’egida del Comune o dell’Unione di riferimento, che si adopera per ottenere appezzamenti sufficientemente estesi da risultare appetibili per uno sfruttamento razionale e sostenibile». I singoli proprietari, in sostanza, delegano all’ente la gestione dei terreni per un certo periodo, sollevandosi così dalle incombenze  legate alla manutenzione dei fondi e scongiurando il rischio di usucapione».
Ma come arrivare a un risultato tanto ambizioso? «Si tratta di una grossa opportunità – ha chiarito Carlo Grosso, presidente dell’Unione montana -, che ci spinge ancor più nella direzione del fare sinergia. Del lavorare insieme». «Un’esigenza dalla quale non possiamo più prescindere – ha aggiunto l’assessore dell’Unione Gian Matteo Passuello -, perché il nostro territorio è fortemente bisognoso di manutenzione. E per agire è fondamentale che le imprese possano operare su superfici adeguate».
 «Associazioni fondiarie, cooperative di comunità, riorganizzazione delle stalle, attivazione di filiere di prodotti, nuove coltivazioni: ecco da dove passa il futuro della montagna», ha chiarito Lido Riba nel suo intervento conclusivo. Lanciando così idealmente la palla tra le mani degli amministratori e degli enti pubblici, «veri propulsori» delle possibili iniziative che potranno svilupparsi in tal senso. A beneficio di tutti. 
Veronica Balocco

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