Don Ferraris, vita-esempio

Don Ferraris, vita-esempio
Altro 01 Marzo 2012 ore 14:10

Una mostra fotografica, curata da Silvano Loro Piana, ha introdotto con pensieri e immagini il primo incontro sulla figura di don Antonio Ferraris,  nato nel 1906 a Ronco Biellese, nominato nel 1937 direttore del Seminario, poi vicario generale diocesano nel 1970, carica che manterrà fino al decesso nel giugno dell’85. La sua testimonianza di vita continua ad illuminare sacerdoti e laici. Come hanno evidenziato gli interventi dei quattro relatori che si sono alternati venerdì sera scorso nella chiesa del Villaggio Lamarmora di Biella.

Don Ferraris, guida dei sacerdoti. «E’ difficile parlare di un santo e coglierne gli aspetti profondi, al di là dell’esteriorità e della marginalità - ha detto don Attilio Basla -. Si ha quasi paura di parlare di figure così grandi come don Ferraris, una guida per tutti, un vero confessore nel nome di Cristo in croce, lui così pio, prudente, umile, libero, che ha condotto una vita sobria, senza macchia, sulla scia di san Francesco da Sales, al quale era spiritualmente molto legato». Dalle parole del relatore è emersa una personalità attenta e impegnata, grande erede di don Fontanella, dalla forza psicologica irripetibile e dalla visione chiara nelle decisioni da prendere, sempre interessato e comprensivo nei confronti dei giovani avviati al cammino del sacerdozio della cui dignità e libertà personale aveva grande rispetto, non interferendo mai sulle loro coscienze. «Tutti in Seminario lo cercavano e tutti si sono sentiti singolarmente amati da lui, capace di essere padre e madre nel sacerdozio» ha aggiunto commosso don Basla che ha evidenziato il suo spirito di sacrificio, la stima e la fiducia che ispirava, l’autenticità della sua testimonianza di sacerdote che nella predicazione proponeva con semplicità le parole di Dio: giustizia e verità. L’esempio della sua vita è il suo testamento; nei suoi insegnamenti si trova la capacità di capire sé stessi per capire gli altri, la forza della meditazione, in particolare del Vangelo che aveva sempre in mano, e lo spirito missionario, riassumibile in questa sua frase: “Darete e riceverete; più sacrificio uguale a più ricompensa”.

Don Ferraris e l’Azione Cattolica. Renzo Maggia ha parlato poi del rapporto che il sacerdote aveva con l’Azione Cattolica, vissuta in stretto collegamento sin dal 1937. «Nell’incontro settimanale ci aiutava a pregare, ma soprattutto sapeva ascoltare. La sua fede era fatta di tanta preghiera e di una dimensione di servizio. In lui trovavamo un amico di cui ci si poteva fidare, un mediatore che partiva dal problema per individuare la soluzione, un uomo carismatico che seppe evitare spargimenti di sangue durante la guerra e aiutò la ripresa del lavoro nelle fabbriche dopo il conflitto». Per don Ferraris l’appartenenza all’Azione Cattolica era appartenere al cuore del Vangelo: essendo fortemente prete, voleva che i giovani fossero veri e forti laici, capaci di portare nel mondo il disegno di Dio, seguendo il modello di Pier Giorgio Frassati, esempio di eroismo quotidiano vissuto a contatto con i poveri, capace di assorbire le istanze sociali e di spendersi in scelte vigorose, a testimonianza dell’impegno dei cristiani nello sviluppo della società. «Ricordiamo come stimolasse alla cultura, che doveva diventare accessibile a tutti - ha concluso Maggia - e ricordiamolo nella sua immensa discrezione quando risolveva mille problemi, specie negli anni del divorzio e dell’aborto, difficili per chi, come lui, era un appassionato testimone dell’accoglienza della vita».

Don Ferraris negli anni della Resistenza. Accanto a monsignor Carlo Rossi, “defensor civitatis”, don Antonio è stato sempre presente negli anni della fame, del coprifuoco, dei posti di blocco, del regime dei sospetti. Per Marco Neiretti gli avvenimenti che lo videro accorrere per mediare, per salvare, per aiutare con la preghiera e l’impegno personale, sono stati molti. Ma da che parte stava don Ferraris? «Dalla parte degli oppressi, senza essere antifascista, ma nella convinzione che presto cambiasse il vento della Storia», ha precisato Neiretti, ricordando anche tanti episodi riportati nel testo “Sacerdoti biellesi nella bufera”. E dopo la Liberazione e le trattative difficili, altri obiettivi da raggiungere: riportare la pace negli animi, ricercare le salme, guarire le ferite aperte dall’odio e ricercare i dispersi nei campi di concentramento.

Don Ferraris e l’impegno verso il sociale e le istituzioni. «Oltre che un sacerdote, era un cittadino cosciente e fiero di esserlo - ha detto Luigi Squillario -. Ha partecipato alla nascita della democrazia e alla vita comunitaria, alla quale ha dato il suo contributo senza farsi impressionare dalla grandezza dei problemi, sempre invece al servizio dell’uomo, visto come immagine del Creatore. Sempre nella massima considerazione del pensiero altrui, invitava gli uomini delle opposte fazioni a superare le divisioni». Squillario ha inoltre ricordato che per don Ferraris una delle più grandi rivoluzioni democratiche fosse stato il voto alle donne: «Per il mondo femminile sosteneva la parità di lavoro, di trattamento e di salario rispetto all’uomo; la costruzione di case popolari; e lo sforzo di contenere i licenziamenti». Esemplare nella non ingerenza nell’attività politica, don Ferraris preferiva la formazione delle coscienze, consigliava la lettura delle encicliche, si batteva contro il disimpegno dei giovani che non devono essere apolitici. «Era al di sopra delle diatribe e delle discussioni, perché il Cattolicesimo conteneva già il superamento di ogni divisione politica» ha aggiunto Squillario, ricordando un don Ferraris impegnato nell’alluvione del ’68, sempre presente e discreto a supporto delle amministrazioni locali, attento e concreto nell’assistenza ai bisognosi, aperto all’accoglienza con spirito di gratuità del servizio.

Un progetto aperto. A conclusione di serata, don Attilio Basla ha riproposto un’idea emersa già dopo la morte di don Ferraris: la realizzazione di un Centro sociale che sia punto di aggregazione sociale e politica per i giovani. Non una scuola di partito, ma di formazione e di movimento di idee, in cui rinnovare il pensiero del grande prete biellese secondo la sua logica disinteressata di servizio.