“Dite ai ragazzi sul K2 che li abbraccio forte”

“Dite ai ragazzi sul K2 che li abbraccio forte”
29 Luglio 2014 ore 12:42

C’è un tricolore che sventola ancora una volta, agli 8.611 metri del K2. Sabato mattina, cinque giorni prima che scoccasse il sessantesimo anniversario della vetta firmata Lacedelli e Compagnoni, l’Italia è tornata in cima proprio per omaggiare quel lontano successo. Il coggiolese Ugo Angelino, che nel 1954 era là, a fare la sua parte nella grande macchina messa in piedi dal professor Ardito Desio, oggi è un lucido novantunenne pieno di ricordi, in continuo movimento tra Biella e Courmayeur. Unico superstite, con Erich Abram, di quella  “famiglia” che convisse per sei mesi alle pendici della seconda montagna più alta del mondo. Eppure, sessant’anni dopo, Angelino in fondo è ancora al K2. Sempre là. «Perché non dimentico e non dimenticherò mai quello che ho vissuto», spiega. E allora la sua richiesta, ancor prima di aprire il taccuino, diventa un desiderio cui si deve necessariamente dire sì: «Mi faccia una cortesia, prima di tutto – chiede con gentilezza -. Se lei è in contatto con i ragazzi che sono al K2  in questo momento, la prego di mandare loro i miei più cari saluti. Dica loro che li abbraccio e stringo loro la mano. A tutti quanti sono molto, molto vicino».

 
Questa volta i ruoli si sono ribaltati, lo sa? Gli italiani hanno aiutato i pakistani ad arrivare in vetta. Secondo lei era giusto rendere loro questo omaggio?
«Era giusto. Senza dubbio. I portatori pakistani sono stati indispensabili per noi. Ne avevamo al seguito 650. D’altro canto, le cose erano molto diverse da oggi laggiù. Non c’era assolutamente nulla. E noi abbiamo dovuto portare dall’Italia praticamente tutto, tranne il petrolio per i fornelli e la farina che davamo ai portatori come pagamento. Un chilo al giorno, con qualche rupia».

Ripensa ancora spesso a quella spedizione?
«Sì, sempre. Non potrei fare diversamente. Non potrò mai dimenticare quello che ho vissuto».

E cosa si porta nel cuore?
«La fraternità, la sincerità, il rispetto reciproco che regnava tra noi. Sono stati questi elementi, uniti alle buone condizioni della montagna, a consentirci di arrivare in cima».

Eravate davvero tutti amici?
«Sulla nave del ritorno abbiamo incontrato degli alpinisti tedeschi di arrivo da una spedizione, che si sono stupiti di quanto fossimo legati e affiatati. “Noi non ci parliamo più insieme…”, ci hanno detto. Ma per noi era impensabile».

Al di là della durezza alpinistica, fu una spedizione  implacabile anche dal punto di vista umano. Lasciaste tutto per sei mesi. Non come oggi, che i contatti in realtà non si chiudono mai.
«Sì, fu dura. Lasciammo mogli e fidanzate, facemmo 240 chilometri a piedi e poi rimanemmo soli sei mesi, lontano da casa, in un luogo difficile. Ricevevamo la posta solo ogni venti giorni. E bastava non ricevere nulla una volta, e vedere magari un compagno che riceveva due lettere, per farsi prendere dalla tristezza».

Quanto cambiò la sua vita quella spedizione?
«Non la cambiò, di fatto. Tornai e ripresi subito la mia attività di rappresentante di abbigliamento con mio fratello. Mi restarono i ricordi».

Eppure foste accolti in Italia come “eroi nazionali”. Tutti parlavano di voi.
«Fu incredibile per noi vedere il calore degli italiani. Da Biella partirono due pullman per venire ad accogliermi a Genova. Quando vedemmo tutto questo grande caos solo per noi ci dicemmo: “Questa volta l’abbiamo fatta proprio grossa”. Eppure, pensi, per noi era stato normalissimo arrivare in cima. Non avremmo mai immaginato tanto affetto».

E oggi quell’affetto si fa sentire ancora. Non solo verso i nuovi protagonisti, ma anche verso di voi.
«Sì, noto che c’è di nuovo un grande interesse per la nostra spedizione. Soprattutto i giovani. Hanno molte curiosità».

Però intanto l’alpinismo è cambiato immensamente.
«Non in peggio, sicuramente. E’ cambiato l’abbigliamento, certo. Noi mettevamo le stesse cose che usavamo sul Rosa: oggi è impensabile. Ed è cambiata l’alimentazione. Noi mangiavamo di tutto. Ora non più».

Ma l’alpinismo sugli Ottomila è cambiato anche nel numero di frequentatori. Sono moltissimi ora.   
«Un amico mi  ha regalato una foto dell’Everest, nella quale ho contato 230 persone in fila verso la cima. Non voglio dare giudizi. Ma dico semplicemente che è esagerato».

La spedizione del ’54 è rimasta nella storia anche per le polemiche sulla vicenda Compagnoni-Bonatti. Come andò?
«Là mai nessuno parlò di quei fatti. Quando Lacedelli e Compagnoni sono scesi dalla cima, ci siamo abbracciati. Ed è finito tutto lì. Poi col tempo, con i giornali, è scoppiato un caso. Semplicemente Bonatti partì un po’ tardi  con i portatori e con le sei bombole di ossigeno per i due compagni. Loro, intanto, avevano spostato il campo di una settantina di metri più in alto rispetto al luogo pattuito per l’incontro. Era più sicuro. I due fattori hanno fatto sì che, col buio, Bonatti non riuscisse ad arrivare a loro. Ma lui sapeva comunque già che avrebbe dormito fuori: nella tenda non c’era posto che per due».

Che tipi erano Compagnoni e Bonatti?
«C’era una grossa differenza di età. Ma anche dopo la cima tra loro e tra tutti il clima fu di grande amicizia. Siamo rimasti insieme ancora un mese e mezzo. E non è mai venuto fuori niente».

Il suo ricordo del 31 luglio 1954?
«Siamo venuti a sapere che i nostri compagni erano arrivati in cima solo tre giorni dopo, quando sono tornati al campo base. Da lì la cima non si vedeva. A un certo punto, con i binocoli li abbiamo visti scendere, ma non sapevamo se realmente fossero riusciti a raggiungere la vetta. Le radio, oltretutto, non funzionavano».

Un ricordo che non dimenticherà mai?
«Tornando, su una nave italiana, il comandante triestino ci chiese di fare una foto tutti insieme. Ci vestimmo bene e ci mettemmo in posa nei pressi dell’albero maestro, ma il fotografo ci disse che eravamo tutti in ombra. Il comandante allora diede ordine di far girare la nave. “Uomo in mare!”, urlò. Poco dopo scattammo una bellissima foto tutti insieme, sotto la luce del sole».

Veronica Balocco

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