«Dar lavoro agli indigenti è complicato»

«Dar lavoro agli indigenti è complicato»
Altro 16 Settembre 2016 ore 12:46

Dar lavoro agli indigenti? Alle persone del paese che sono in difficoltà? Magari quelle non proprio ridotte sul lastrico, ma che avrebbero comunque bisogno di una mano per far fronte alle necessità di tutti i giorni? Le modalità che lo Stato offre alle amministrazioni comunali sono molteplici. Più di una, per lo meno. Ma non sempre è così semplice attuarle. E soprattutto, non sempre queste finiscono per far del bene esattamente a chi ne ha più bisogno. O a diffondere questo stesso bene un po’ a tutti, evitando di riversarsi sempre sulle stesse persone, in virtù di criteri troppo rigidi rispetto alla variegata realtà.

A far presente il problema è il presidente dell’Unione montana del Biellese orientale, nonché sindaco di Mosso, Carlo Grosso. Il quale - sollecitato da Eco - sviscera una problematica tipicamente italiana che forse pochi conoscono nel dettaglio. E sulla quale giudizi troppo approssimativi possono rischiare di dar origine a pregiudizi e facili luoghi comuni. L’antefatto è un dato: quest’anno, l’Unione Comuni non ha attivato i bandi dei cosiddetti “cantieri di lavoro” finalizzati a dare, seppur temporaneamente, una forma di occupazione alle persone meno fortunate del territorio. Un compito che negli anni passati, anche come comunità montana, era sempre stato portato avanti per conto dei Comuni, facendo affidamento ai fondi regionali e provinciali che a questo specifico scopo venivano destinati. In realtà il progetto non si è arenato improvvisamente: ha avuto vita difficile già negli ultimi anni, con il venir meno dei contributi provinciali, compensati da fondi propri dei Comuni. «In sostanza, le amministrazioni contribuivano di tasca propria per raggiungere la somma prevista - spiega Grosso - e noi, in qualità di intermediari, davamo il via al bando, occupandoci delle formalità burocratiche e logistiche per conto loro. A loro venivano semplicemente affidate le persone selezionate, che così potevano cominciare a lavorare». La cosa, in questi termini, aveva già scremato la platea di amministrazioni interessate, arrivate negli ultimi tempi a 5 o 6 (tra cui lo stesso Mosso). Ma il crollo è avvenuto nell’ultimo anno. «Tutti i Comuni hanno effettuato un’importante riflessione su questo progetto - chiarisce il presidente - e alla fine solo due paesi, Trivero e Camandona, si sono mostrati interessati davvero a far partire i cantieri. Con questi numeri, è stato impossibile dare il via al progetto. E abbiamo quindi rinunciato».

Ma qual è l’intoppo che ha interrotto il funzionamento di  una macchina apparentemente oliata ed efficiente? «Semplicemente - spiega Grosso - i cantieri di lavoro, così come sono studiati, non funzionano. I problemi sono vari. Intanto prevedono requisiti troppo restrittivi, che finiscono per  “premiare” sempre la solita tipologia di utenti, ed impedendoci di fatto di migliorare altre situazioni. Insomma, una persona con un Isee magari un po’ più alto potrebbe comunque avere necessità di un lavoro temporaneo, per motivi sociali o di altri tipo, ma i criteri stringenti imposti ai bandi le impedisce di accedere alle domande». Non solo. «La gestione delle persone selezionate non è semplice - aggiunge il sindaco di Mosso -. Queste persone possono effettuare solo alcune tipologie di lavori, ad esempio manutentivi, ma devono essere sempre costantemente seguite e formate dal personale comunale. Che, in genere, è composto da una sola persona, il cantoniere, il quale fa già di tutto di più, dall’autista dello scuolabus al messo».

Insomma, la via dei cantieri di lavoro sembra aver perso il suo appeal, nonostante l’opportunità fosse nata proprio con l’intento di alleviare le criticità di ordine sociale ed economico. «Per il prossimo futuro abbiamo in mente di rivedere l’intera partita - chiarisce Grosso -, magari studiando bandi dai requisiti meno restrittivi. Cercando insomma di capire che margini di manovra abbiamo per dare un po’ più di senso, e rendere più facilmente gestibili, questi bandi». Un’esigenza sentita, ad esempio, anche dall’Unione Valle Elvo, che su questo tema potrebbe confrontarsi proprio con l’omologa del Biellese orientale, magari per studiare una stesura comune.

Ma perché le amministrazioni non rivolgono l’attenzione alle altre possibilità offerte dalla burocrazia? «Premesso che i cantieri di lavoro possono sempre e comunque essere attivati dai singoli Comuni, come ad esempio ha scelto di fare Trivero in totale autonomia - chiarisce Grosso -, un’altra possibilità è quella offerta dai voucher. Ma anche qui, le regole non aiutano». L’esempio concreto è Valle San Nicolao: qui l’opzione è stata attivata, ed è in fase di partenza con ben cinque persone selezionate, ma il risultato è stato reso possibile solo dalla generosità del Gruppo di volontariato locale. Ai 3mila euro messi in cantiere dal Comune, l’associazione ha aggiunto una pari cifra, arrivando così a coprire il budget: «Le regole impongono che la spesa per i voucher sia tratta dal capitolo per il personale - spiega il presidente Grosso -, una voce che, in realtà, le amministrazioni non possono far lievitare. Quindi la possibilità diventa praticabile solo quando siano a disposizione fondi o contributi esterni, che consentano di coprire i costi».

E far lavorare i migranti? Le voci e i pareri, a tal proposito, si sprecano. Ma ancora una volta, la burocrazia non semplifica la vita. «Questa è una partita complessa - conclude Carlo Grosso -. I migranti in attesa di asilo possono lavorare solo volontariamente, senza retribuzione, e sono se il gestore che si occupa di loro li convince a prendere parte a questi progetti, come forma di sdebitamento morale nei confronti del Paese che li ospita. Allo stesso gestore spetta poi il compito di espletare le documentazioni e far loro frequentare i corsi sicurezza. Ma anche qui, non sempre ci sono risposte». A Valle Mosso la cosa sta funzionando: i migranti da qualche tempo si sono resi disponibili a fare piccoli lavori di manutenzione e pulizia sulle strade. «Ma si tratta di un processo che andrebbe attivato un po’ ovunque. Le dirò di più - chiude il sindaco -: quando i migranti arriveranno a Mosso, il mio paese, mi attiverò subito in questo senso».

Veronica Balocco

Dar lavoro agli indigenti? Alle persone del paese che sono in difficoltà? Magari quelle non proprio ridotte sul lastrico, ma che avrebbero comunque bisogno di una mano per far fronte alle necessità di tutti i giorni? Le modalità che lo Stato offre alle amministrazioni comunali sono molteplici. Più di una, per lo meno. Ma non sempre è così semplice attuarle. E soprattutto, non sempre queste finiscono per far del bene esattamente a chi ne ha più bisogno. O a diffondere questo stesso bene un po’ a tutti, evitando di riversarsi sempre sulle stesse persone, in virtù di criteri troppo rigidi rispetto alla variegata realtà.

A far presente il problema è il presidente dell’Unione montana del Biellese orientale, nonché sindaco di Mosso, Carlo Grosso. Il quale - sollecitato da Eco - sviscera una problematica tipicamente italiana che forse pochi conoscono nel dettaglio. E sulla quale giudizi troppo approssimativi possono rischiare di dar origine a pregiudizi e facili luoghi comuni. L’antefatto è un dato: quest’anno, l’Unione Comuni non ha attivato i bandi dei cosiddetti “cantieri di lavoro” finalizzati a dare, seppur temporaneamente, una forma di occupazione alle persone meno fortunate del territorio. Un compito che negli anni passati, anche come comunità montana, era sempre stato portato avanti per conto dei Comuni, facendo affidamento ai fondi regionali e provinciali che a questo specifico scopo venivano destinati. In realtà il progetto non si è arenato improvvisamente: ha avuto vita difficile già negli ultimi anni, con il venir meno dei contributi provinciali, compensati da fondi propri dei Comuni. «In sostanza, le amministrazioni contribuivano di tasca propria per raggiungere la somma prevista - spiega Grosso - e noi, in qualità di intermediari, davamo il via al bando, occupandoci delle formalità burocratiche e logistiche per conto loro. A loro venivano semplicemente affidate le persone selezionate, che così potevano cominciare a lavorare». La cosa, in questi termini, aveva già scremato la platea di amministrazioni interessate, arrivate negli ultimi tempi a 5 o 6 (tra cui lo stesso Mosso). Ma il crollo è avvenuto nell’ultimo anno. «Tutti i Comuni hanno effettuato un’importante riflessione su questo progetto - chiarisce il presidente - e alla fine solo due paesi, Trivero e Camandona, si sono mostrati interessati davvero a far partire i cantieri. Con questi numeri, è stato impossibile dare il via al progetto. E abbiamo quindi rinunciato».

Ma qual è l’intoppo che ha interrotto il funzionamento di  una macchina apparentemente oliata ed efficiente? «Semplicemente - spiega Grosso - i cantieri di lavoro, così come sono studiati, non funzionano. I problemi sono vari. Intanto prevedono requisiti troppo restrittivi, che finiscono per  “premiare” sempre la solita tipologia di utenti, ed impedendoci di fatto di migliorare altre situazioni. Insomma, una persona con un Isee magari un po’ più alto potrebbe comunque avere necessità di un lavoro temporaneo, per motivi sociali o di altri tipo, ma i criteri stringenti imposti ai bandi le impedisce di accedere alle domande». Non solo. «La gestione delle persone selezionate non è semplice - aggiunge il sindaco di Mosso -. Queste persone possono effettuare solo alcune tipologie di lavori, ad esempio manutentivi, ma devono essere sempre costantemente seguite e formate dal personale comunale. Che, in genere, è composto da una sola persona, il cantoniere, il quale fa già di tutto di più, dall’autista dello scuolabus al messo».

Insomma, la via dei cantieri di lavoro sembra aver perso il suo appeal, nonostante l’opportunità fosse nata proprio con l’intento di alleviare le criticità di ordine sociale ed economico. «Per il prossimo futuro abbiamo in mente di rivedere l’intera partita - chiarisce Grosso -, magari studiando bandi dai requisiti meno restrittivi. Cercando insomma di capire che margini di manovra abbiamo per dare un po’ più di senso, e rendere più facilmente gestibili, questi bandi». Un’esigenza sentita, ad esempio, anche dall’Unione Valle Elvo, che su questo tema potrebbe confrontarsi proprio con l’omologa del Biellese orientale, magari per studiare una stesura comune.

Ma perché le amministrazioni non rivolgono l’attenzione alle altre possibilità offerte dalla burocrazia? «Premesso che i cantieri di lavoro possono sempre e comunque essere attivati dai singoli Comuni, come ad esempio ha scelto di fare Trivero in totale autonomia - chiarisce Grosso -, un’altra possibilità è quella offerta dai voucher. Ma anche qui, le regole non aiutano». L’esempio concreto è Valle San Nicolao: qui l’opzione è stata attivata, ed è in fase di partenza con ben cinque persone selezionate, ma il risultato è stato reso possibile solo dalla generosità del Gruppo di volontariato locale. Ai 3mila euro messi in cantiere dal Comune, l’associazione ha aggiunto una pari cifra, arrivando così a coprire il budget: «Le regole impongono che la spesa per i voucher sia tratta dal capitolo per il personale - spiega il presidente Grosso -, una voce che, in realtà, le amministrazioni non possono far lievitare. Quindi la possibilità diventa praticabile solo quando siano a disposizione fondi o contributi esterni, che consentano di coprire i costi».

E far lavorare i migranti? Le voci e i pareri, a tal proposito, si sprecano. Ma ancora una volta, la burocrazia non semplifica la vita. «Questa è una partita complessa - conclude Carlo Grosso -. I migranti in attesa di asilo possono lavorare solo volontariamente, senza retribuzione, e sono se il gestore che si occupa di loro li convince a prendere parte a questi progetti, come forma di sdebitamento morale nei confronti del Paese che li ospita. Allo stesso gestore spetta poi il compito di espletare le documentazioni e far loro frequentare i corsi sicurezza. Ma anche qui, non sempre ci sono risposte». A Valle Mosso la cosa sta funzionando: i migranti da qualche tempo si sono resi disponibili a fare piccoli lavori di manutenzione e pulizia sulle strade. «Ma si tratta di un processo che andrebbe attivato un po’ ovunque. Le dirò di più - chiude il sindaco -: quando i migranti arriveranno a Mosso, il mio paese, mi attiverò subito in questo senso».

Veronica Balocco