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«Combatto la guerra dentro di me»

«Combatto la guerra dentro di me»
Altro 17 Febbraio 2016 ore 13:53

“Reporter di guerra” vuole il verbo “essere”. Non si fa. E non tutti. L’inviato dai fronti più caldi del pianeta è - voce del verbo essere - una delle figure ancora oggi mitiche di un giornalismo che batte il campo, e che non si chiede mai davvero: “Perché io, perché qui?”. Al reporter il pubblico sta incollato addosso, sono suoi gli occhi e le parole che raccontano i conflitti direttamente dalla loro pancia. Si chiede molto, al reporter; di rado, di più. Ma succede, ed è successo a Mimmo Cándito, storico inviato dal fronte de “La Stampa” e presidente di “Reporter Senza Frontiere Italia”. Che nel suo ultimo libro racconta sì una guerra, ma con la prospettiva del di dentro, nella pancia che è la sua.  

Si intitola “55 Vasche”, l’ultima fatica di Cándito. E la parola, “fatica”, non è scelta a caso. Perché, a cavallo tra il thriller e la raccolta di memorie, il libro - edito da Rizzoli - intreccia l’esperienza di giornalista con la cronaca della malattia, a cominciare dalla sua prima manifestazione fino alla diagnosi, all’operazione, alla ricaduta, e ancora alla ripartenza. È - voce del verbo essere - la battaglia al tumore al polmone, durata dieci anni, scritta di suo pugno, in prima persona, da chi l’ha combattuta. Stringendo i denti, bracciata dopo bracciata, vasca dopo vasca. Da qui, il titolo. Mimmo Cándito la presenterà a Biella sabato, 20 febbraio, alla libreria Giovannacci. In quest’occasione, il reporter approfondirà il tabù del cancro, che si sa ma mai si dice. E che, come anticipa a “Eco di Biella”, si è trasformato per lui in una missione, dapprima indotta: «Nel mio lavoro, ho sempre mantenuto un certo pudore, come racconto dei fatti. Ho scritto questo libro perché mi è stato chiesto: la Rizzoli ha letto un mio articolo, nel quale affrontavo il tabù del cancro e della mia forza nel far sapere: “Sto bene, ma ho un tumore”. Così, mi ha invitato a scrivere la mia storia e, all’inizio, non ho risposto subito di sì. Avevo delle perplessità. Ma sono stato sollecitato e, allora, mi sono detto che potevo almeno provarci».

La doppia battaglia di Mimmo Cándito si gioca su due fronti. Pagina dopo pagina, l’odissea che gli ha cambiato la vita e la percezione del valore di ciò che ogni giorno si finisce, tutti, con il dare per scontato trova ricordi di guerra, evocati da contraltare. Perché, parola di Cándito, reporter e malato condividono la comune radice del “sopravvissuto”. Perché la malattia mai ha fermato il lavoro che costa caro, che insegna che la morte è essa stessa vita: «Si è ciò che si è vissuto. Ho attraversato tante condizioni critiche, superate per fortuna o per volontà degli eventi, e questo conservo nella memoria. Ma ovunque, nella vita quotidiana, ci si trova a vivere situazioni critiche per le quali si riscopre che si ha forza davvero». Anche lui ha avuto paura, pur sospinto dalla missione giornalistica: «Tutti hanno paura, ma è la paura che dà la dimensione del reale. E questo senso aiuta in qualsiasi fatto quotidiano: il libro è una sfida, fatta con la consapevolezza che a vincere, alla fine, sarà la morte. Ma, per ora, a vincere sono io».

Questo spera, Mimmo Cándito: che il lettore, procedendo verso la fine della storia, senta crescere in lui la forza di sperare nella vita, la convinzione che la psico-oncologia possa. Di volerci restare aggrappato, alla vita, contro la disillusione e il dolore, contro il dispiacere che andrebbe evitato ai propri familiari, anche a costo di una “bugia buona”. Contro l’amara consapevolezza che il proprio amato lavoro è causa di malattia, e basta un’espressione per capirlo: “uranio impoverito”. «Ma non ci penso affatto a lasciare questo mestiere - rivendica il reporter - Anche se l’unica volta che mi sono chiesto se avesse un senso è stato proprio quando l’ho capito, che c’entrava con la malattia. Perbacco, mi sono chiesto, ma vale la pena rischiare, per sollecitare attenzione verso certi fatti? Mi sono risposto: sì che ne vale la pena». L’ultima pagina di “55 Vasche” chiude con la parola “futuro”. È vero: vincerà la morte, alla fine, su tutti. Eppure, Mimmo Cándito invita a cogliere la vittoria nel vincere ora: «Mille vite non avranno mai quello che io ho vissuto». Perché, almeno questo, ci è concesso. 

Giovanna Boglietti

“Reporter di guerra” vuole il verbo “essere”. Non si fa. E non tutti. L’inviato dai fronti più caldi del pianeta è - voce del verbo essere - una delle figure ancora oggi mitiche di un giornalismo che batte il campo, e che non si chiede mai davvero: “Perché io, perché qui?”. Al reporter il pubblico sta incollato addosso, sono suoi gli occhi e le parole che raccontano i conflitti direttamente dalla loro pancia. Si chiede molto, al reporter; di rado, di più. Ma succede, ed è successo a Mimmo Cándito, storico inviato dal fronte de “La Stampa” e presidente di “Reporter Senza Frontiere Italia”. Che nel suo ultimo libro racconta sì una guerra, ma con la prospettiva del di dentro, nella pancia che è la sua.  

Si intitola “55 Vasche”, l’ultima fatica di Cándito. E la parola, “fatica”, non è scelta a caso. Perché, a cavallo tra il thriller e la raccolta di memorie, il libro - edito da Rizzoli - intreccia l’esperienza di giornalista con la cronaca della malattia, a cominciare dalla sua prima manifestazione fino alla diagnosi, all’operazione, alla ricaduta, e ancora alla ripartenza. È - voce del verbo essere - la battaglia al tumore al polmone, durata dieci anni, scritta di suo pugno, in prima persona, da chi l’ha combattuta. Stringendo i denti, bracciata dopo bracciata, vasca dopo vasca. Da qui, il titolo. Mimmo Cándito la presenterà a Biella sabato, 20 febbraio, alla libreria Giovannacci. In quest’occasione, il reporter approfondirà il tabù del cancro, che si sa ma mai si dice. E che, come anticipa a “Eco di Biella”, si è trasformato per lui in una missione, dapprima indotta: «Nel mio lavoro, ho sempre mantenuto un certo pudore, come racconto dei fatti. Ho scritto questo libro perché mi è stato chiesto: la Rizzoli ha letto un mio articolo, nel quale affrontavo il tabù del cancro e della mia forza nel far sapere: “Sto bene, ma ho un tumore”. Così, mi ha invitato a scrivere la mia storia e, all’inizio, non ho risposto subito di sì. Avevo delle perplessità. Ma sono stato sollecitato e, allora, mi sono detto che potevo almeno provarci».

La doppia battaglia di Mimmo Cándito si gioca su due fronti. Pagina dopo pagina, l’odissea che gli ha cambiato la vita e la percezione del valore di ciò che ogni giorno si finisce, tutti, con il dare per scontato trova ricordi di guerra, evocati da contraltare. Perché, parola di Cándito, reporter e malato condividono la comune radice del “sopravvissuto”. Perché la malattia mai ha fermato il lavoro che costa caro, che insegna che la morte è essa stessa vita: «Si è ciò che si è vissuto. Ho attraversato tante condizioni critiche, superate per fortuna o per volontà degli eventi, e questo conservo nella memoria. Ma ovunque, nella vita quotidiana, ci si trova a vivere situazioni critiche per le quali si riscopre che si ha forza davvero». Anche lui ha avuto paura, pur sospinto dalla missione giornalistica: «Tutti hanno paura, ma è la paura che dà la dimensione del reale. E questo senso aiuta in qualsiasi fatto quotidiano: il libro è una sfida, fatta con la consapevolezza che a vincere, alla fine, sarà la morte. Ma, per ora, a vincere sono io».

Questo spera, Mimmo Cándito: che il lettore, procedendo verso la fine della storia, senta crescere in lui la forza di sperare nella vita, la convinzione che la psico-oncologia possa. Di volerci restare aggrappato, alla vita, contro la disillusione e il dolore, contro il dispiacere che andrebbe evitato ai propri familiari, anche a costo di una “bugia buona”. Contro l’amara consapevolezza che il proprio amato lavoro è causa di malattia, e basta un’espressione per capirlo: “uranio impoverito”. «Ma non ci penso affatto a lasciare questo mestiere - rivendica il reporter - Anche se l’unica volta che mi sono chiesto se avesse un senso è stato proprio quando l’ho capito, che c’entrava con la malattia. Perbacco, mi sono chiesto, ma vale la pena rischiare, per sollecitare attenzione verso certi fatti? Mi sono risposto: sì che ne vale la pena». L’ultima pagina di “55 Vasche” chiude con la parola “futuro”. È vero: vincerà la morte, alla fine, su tutti. Eppure, Mimmo Cándito invita a cogliere la vittoria nel vincere ora: «Mille vite non avranno mai quello che io ho vissuto». Perché, almeno questo, ci è concesso. 

Giovanna Boglietti