Chiude lo storico negozio di intimo Ferla a Biella

Chiude lo storico negozio di intimo Ferla a Biella
Altro 03 Gennaio 2016 ore 11:29

BIELLA - Le luci dell’insegna, montata per le feste, sono puntini fissi che disegnano una stella. Il numero civico è il 18 di via Marconi, nel pieno centro di Biella. E se per un attimo scomparisse la luminaria natalizia di oggi, l’indirizzo resterebbe lo stesso. Ma la via, quella no. Via Marconi tornerebbe a essere a doppio senso. Ci si riaffaccerebbero un negozio di alimentari e il mitico cinema. Oppure, e questa è storia recente, attraversato l’incrocio del Tribunale, tornerebbe in attività il vecchio “Degli Infermi”, l’ospedale a cui tempo fa ancora non si accedeva, come poi si è fatto per decenni, dall’ingresso di via Caraccio.

Su un lato della via e dall’altro, i negozianti appostati sugli usci avrebbero invitato i passanti a fare due chiacchiere - «Entri pure!» - e magari a dare un’occhiata ai nuovi arrivi. Ma attenzione al passaggio regolare dei carri funebri da e verso lo storico obitorio: quello avrebbe imposto l’abbassamento delle serrande. Sempre.

Si perde un pezzo della Biella di allora. Di quella vita non resta molto, in via Marconi. Eppure, la stella di luci che brilla sopra al 18 lo fa sulla porta di un negozio che ne è stato il testimone. Dentro, seduta alla vetrina, fino a pochi giorni fa ancora sorrideva e invogliava a entrare Silva Ferla. Occhi azzurri, i capelli raccolti in modo elegante, 84 anni che vogliono dire - dice - «nata il 15 luglio del 1931». Il lungo bancone, a cui Silva Ferla si appoggia, è stato sfiorato da stoffe di ogni tipo, almeno dagli anni Cinquanta. Quando l’attività fu avviata dalla madre Emma e dal padre Serafino. Mentre lei, una di cinque fratelli, dopo aver studiato ragioneria, diventava «impiegata». Parola che pronuncia gonfia, importante, com’era sentita la professione a quel tempo. «Poi mi sono sposata, e si usava così, che le donne non dovevano più lavorare, una volta sposate. Una sciocchezza».

Un pezzo della storia della città si intreccia a quella di questa moglie, che nel 1959 ha una figlia, Renata Azario, e decide di tornare all’opera negli anni Settanta, proprio in quello che da teleria e negozio di stoffe va virando verso le confezioni e l’abbigliamento. E si arricchisce di articoli ancora non diffusi dalla grande distribuzione: su tutti, le “liseuse”. E poi, ricorda Silva aiutata dal genero Daniele Gamba, le calze bianche delle infermiere, che in gruppo abitualmente tornavano a farsi le scorte, e le camicie da notte per gli ammalati fino alle maglie decorate. Rimasta vedova giovane - e intanto rispunta un ricordo: «Giuseppe Pella era al mio matrimonio, conosceva bene mio marito. Io ero impiegata, gliel’ho già detto?» -, il negozio è stata una «salvezza». E un «un centro sociale, di incontro. E anche di collocamento», aggiungono Renata, Daniele e la nipote di Silva, figlia della sorella che a lungo ha lavorato con lei in negozio, Giovanna. L’aneddoto riguarda un signore assunto alla Sip, l’allora Società italiana per l'esercizio telefonico: «Aveva bisogno di lavoro, ho messo una buona parola. Oggi, è in pensione da 35 anni. E ancora mi porta il riso a Natale, per ringraziarmi».

Tempo dei saluti. Erano i tempi in cui si faceva credito, i clienti erano affezionati. Silva Ferla ha continuato l’attività per piacere, pur potendosi ritirare anni fa. Adesso si godrà i nipoti Mattia e Greta di 25 e 23 anni. È venuto il momento? La notizia sta qui, che il negozio al 18 di via Marconi, chiude in questi giorni di fine del mese e d’anno. Lo confermano i suoi. «Non lo so ancora», ribatte Silva. E allora, forse, no. Forse fa piacere pensare che quella stella accesa resti accesa per lei. E il prossimo Natale la si riveda, seduta, incorniciata dalla sua vetrina.

Giovanna Boglietti

BIELLA - Le luci dell’insegna, montata per le feste, sono puntini fissi che disegnano una stella. Il numero civico è il 18 di via Marconi, nel pieno centro di Biella. E se per un attimo scomparisse la luminaria natalizia di oggi, l’indirizzo resterebbe lo stesso. Ma la via, quella no. Via Marconi tornerebbe a essere a doppio senso. Ci si riaffaccerebbero un negozio di alimentari e il mitico cinema. Oppure, e questa è storia recente, attraversato l’incrocio del Tribunale, tornerebbe in attività il vecchio “Degli Infermi”, l’ospedale a cui tempo fa ancora non si accedeva, come poi si è fatto per decenni, dall’ingresso di via Caraccio.

Su un lato della via e dall’altro, i negozianti appostati sugli usci avrebbero invitato i passanti a fare due chiacchiere - «Entri pure!» - e magari a dare un’occhiata ai nuovi arrivi. Ma attenzione al passaggio regolare dei carri funebri da e verso lo storico obitorio: quello avrebbe imposto l’abbassamento delle serrande. Sempre.

Si perde un pezzo della Biella di allora. Di quella vita non resta molto, in via Marconi. Eppure, la stella di luci che brilla sopra al 18 lo fa sulla porta di un negozio che ne è stato il testimone. Dentro, seduta alla vetrina, fino a pochi giorni fa ancora sorrideva e invogliava a entrare Silva Ferla. Occhi azzurri, i capelli raccolti in modo elegante, 84 anni che vogliono dire - dice - «nata il 15 luglio del 1931». Il lungo bancone, a cui Silva Ferla si appoggia, è stato sfiorato da stoffe di ogni tipo, almeno dagli anni Cinquanta. Quando l’attività fu avviata dalla madre Emma e dal padre Serafino. Mentre lei, una di cinque fratelli, dopo aver studiato ragioneria, diventava «impiegata». Parola che pronuncia gonfia, importante, com’era sentita la professione a quel tempo. «Poi mi sono sposata, e si usava così, che le donne non dovevano più lavorare, una volta sposate. Una sciocchezza».

Un pezzo della storia della città si intreccia a quella di questa moglie, che nel 1959 ha una figlia, Renata Azario, e decide di tornare all’opera negli anni Settanta, proprio in quello che da teleria e negozio di stoffe va virando verso le confezioni e l’abbigliamento. E si arricchisce di articoli ancora non diffusi dalla grande distribuzione: su tutti, le “liseuse”. E poi, ricorda Silva aiutata dal genero Daniele Gamba, le calze bianche delle infermiere, che in gruppo abitualmente tornavano a farsi le scorte, e le camicie da notte per gli ammalati fino alle maglie decorate. Rimasta vedova giovane - e intanto rispunta un ricordo: «Giuseppe Pella era al mio matrimonio, conosceva bene mio marito. Io ero impiegata, gliel’ho già detto?» -, il negozio è stata una «salvezza». E un «un centro sociale, di incontro. E anche di collocamento», aggiungono Renata, Daniele e la nipote di Silva, figlia della sorella che a lungo ha lavorato con lei in negozio, Giovanna. L’aneddoto riguarda un signore assunto alla Sip, l’allora Società italiana per l'esercizio telefonico: «Aveva bisogno di lavoro, ho messo una buona parola. Oggi, è in pensione da 35 anni. E ancora mi porta il riso a Natale, per ringraziarmi».

Tempo dei saluti. Erano i tempi in cui si faceva credito, i clienti erano affezionati. Silva Ferla ha continuato l’attività per piacere, pur potendosi ritirare anni fa. Adesso si godrà i nipoti Mattia e Greta di 25 e 23 anni. È venuto il momento? La notizia sta qui, che il negozio al 18 di via Marconi, chiude in questi giorni di fine del mese e d’anno. Lo confermano i suoi. «Non lo so ancora», ribatte Silva. E allora, forse, no. Forse fa piacere pensare che quella stella accesa resti accesa per lei. E il prossimo Natale la si riveda, seduta, incorniciata dalla sua vetrina.

Giovanna Boglietti