Babi punito sul rogo in una «Biella ferma, qui serve il viagra!»

Babi punito sul rogo in una «Biella ferma, qui serve il viagra!»
Altro 02 Marzo 2017 ore 12:35

BIELLA - Che ne sarà del Babi? Quel Babi che ama la vita, ammira le donne e canta alla luna? «Senza se e senza però verrà bruciato in un falò!». Ecco che ne sarà del Babi, perché così sentenzia l'avvocato Giovanni Malanotte, da oltre dieci anni presidente del tribunale del Carnevale di Biella, alla fine del processo che «chiude le contese, gli sberleffi e le offese». E così sia.
Il Babi, Enrico Gatti quello vero, sulle note della banda musicale viene accompagnato dalle maschere della città al rogo in piazza Colonnetti, e quello finto, il fantoccio, bruciato in un amen in un martedì grasso non troppo freddo e pieno di stelle. Sul palco del teatro Sociale, allestito a tribunale e gremito di un pubblico partecipe, si sono confrontate le parti lese e il reo confesso: Gipin e Catlina, le storiche maschere di Biella, sono scese dalle colline di Camandona  per condannare il Babi vercellese, rospo travestito, clandestino e millantatore, accusato di molestie sessuali e atti osceni in luogo pubblico, ma soprattutto colpevole, dopo essersi trasformato in meraviglioso uccello (e tutta la farsa è giocata sul doppio senso) di aver insidiato e forse sedotto la bella moglie del Gipin (donna che appare bramosa, con labbra carnose), scatenando l'ira dell'onesto biellese che, pazzo di gelosia, ha minacciato l'intruso per poi imbracciare il fucile, e sparare, ma senza successo, al Babi, intimandolo a ritornare nei pantani dai quali è venuto.

La fuga, l'arresto e l'accusa: ed ecco che il Babi si ritrova davanti agli avvocati. E qui si entra nel vivo del processo. Beppe Pellitteri, infallibile regista, arriva in platea e con profonda leggerezza e con ironica saggezza, veste i panni del giullare, canta i biellesissimi Uh!, commenta le vicende di cronaca, riprende i politici, ammira l'uomo medio, gran lavoratore. Poi smette gli abiti di scena e veste quelli di avvocato difensore del Babi. La trama lascia spazio alle parentesi, ai balletti, ai canti, ma tutto ruota sull'antica diatriba che separa il Gipin e il Babi: Biella, la nostra città. Bella e onesta, icona del lavoro e della fatica quotidiana, morigerata, Biella ai vertici dell'alta moda con le sue stoffe pregiate, ma una Biella ferma, immobile agli anni che furono. Questa è la Biella del Gipin e del suo avvocato difensore, incapaci di guardare al di là del Mucrone e di spingersi oltre Carisio, conformisti e omologati. Poi c'è l'altra Biella, quella del Babi, quella «grigia e morta, che chiude le finestre alle sette di sera», la Biella che non sa ridere e non sa più cantare, la Biella che non sa amare né la luna né le donne, la Biella che il Babi cerca di pungolare con il suo arrivo e la sua millantata bellezza, il Babi che seduce e che convince, il Babi che lascia sconvolta la Catlina e le sue amiche, con il cuore in fiamme, il Babi che accende l'ira negli uomini, presunti cornuti. Ad avvalorarne la tesi ci pensa un monaco agostiniano, un padre del Settecento che scrisse “Rime sopra il carattere dei Biellesi”: qui si descrive una Biella spietata e senza cuore, altera come il Mucrone; e i Biellesi come specchio della loro città, come coloro che «l'amicizia te la danno, ma se hanno un tornaconto, e poi tutti a Oropa che la Madonna ci fa lo sconto».

Al banco dei testimoni arriva la Catlina, parte offesa, che canta la sua versione dei fatti, senza nascondere una nota di piacere e di sana vanità per le attenzioni del Babi. Il Gipin fa il marito-padrone e suggerisce le battute alla moglie, innamorato della sua donna e dalla sua terra, impaziente di chiudere il processo e la farsa, di mandare al rogo il Babi per poter tornare a Camandona, al suo paese tranquillo e alla sua grigia quotidianità. Ma la Biella che canta il Gipin, la Biella della lana e delle rocche, dei filati e delle fabbriche, non esiste più perché «i milionari biellesi non investono nella città, si godono i soldi lontano da qui». E da qui scocca la freccia infuocata della satira che colpisce, come di consueto, i politici locali: dal provocatore Giacomo Moscarola, alla super querelante Antonella Buscaglia, passando per il sindaco Marco Cavicchioli al quale regalano, distribuendo caramelle blu anche a tutto il pubblico, pillole di Viagra affinché tiri fuori gli attributi e cerchi di risollevare le sorti della città. Veleni anche sul mercatino europeo («perché non farne uno con i prodotti tipici biellesi? I canestrelli, i formaggi?»), sull'ipotetico outlet diffuso («ma dove sono i 25 negozi promessi entro l'estate 2017?») e sul pullulare dei centri commerciali: «forse gli amministratori che parlano di centro hanno confuso il centro città, cuore pulsante, con i centri commerciali che fioriscono in pochi mesi in ogni angolo di Biella».
 
Ovazione del pubblico quando entra scena Patrizia Latini, la maestra “Latini” che arriva in città da Camburzano, in tailleur rosso e borsetta. Lo scorso anno soffriva di gastrite nervosa a causa dei lavori in corso in piazza Duomo. Quest'anno, dimenticati i brutti lampioni, si è presa il mal di pancia una sera sul divano guardando la televisione e ascoltando inorridita la notizia dei “furbetti del cartellino”: una vergogna alla quale però propone una soluzione. «Se ci fosse un portiere che controlla le entrate e le uscite dai palazzi del Municipio? E se dallo stipendio dell'usciere si scalassero le assenze ingiustificate dei dipendenti? Sicuramente ci sarebbe meno omertà e il motto italianissimo “io non ho visto, io non so niente” sarebbe archiviato per sempre».
Il pubblico ride, Biella si diverte. Ma il Carnevale è finito martedì sera, le chiavi della città sono state riconsegnate al sindaco, al cui fianco sedeva lo storico Gipin Ermanno Caneparo, gli attori hanno lasciato nei camerini gli abiti di scena, le maschere hanno salutato la farsa, la gente è tornata alle sue occupazioni. Ma chissà se nella normalità, nella quotidianità, nella vita di tutti, riuscirà a rimanere un coriandolo di Carnevale, una briciola di ironia, una ventata di aria nuova, come vuole il marzo biellese... O se le ceneri del Babi e degli ulivi quaresimali lasceranno ancora una volta la loro grigia scia...
Benedetta Lanza

BIELLA - Che ne sarà del Babi? Quel Babi che ama la vita, ammira le donne e canta alla luna? «Senza se e senza però verrà bruciato in un falò!». Ecco che ne sarà del Babi, perché così sentenzia l'avvocato Giovanni Malanotte, da oltre dieci anni presidente del tribunale del Carnevale di Biella, alla fine del processo che «chiude le contese, gli sberleffi e le offese». E così sia.
Il Babi, Enrico Gatti quello vero, sulle note della banda musicale viene accompagnato dalle maschere della città al rogo in piazza Colonnetti, e quello finto, il fantoccio, bruciato in un amen in un martedì grasso non troppo freddo e pieno di stelle. Sul palco del teatro Sociale, allestito a tribunale e gremito di un pubblico partecipe, si sono confrontate le parti lese e il reo confesso: Gipin e Catlina, le storiche maschere di Biella, sono scese dalle colline di Camandona  per condannare il Babi vercellese, rospo travestito, clandestino e millantatore, accusato di molestie sessuali e atti osceni in luogo pubblico, ma soprattutto colpevole, dopo essersi trasformato in meraviglioso uccello (e tutta la farsa è giocata sul doppio senso) di aver insidiato e forse sedotto la bella moglie del Gipin (donna che appare bramosa, con labbra carnose), scatenando l'ira dell'onesto biellese che, pazzo di gelosia, ha minacciato l'intruso per poi imbracciare il fucile, e sparare, ma senza successo, al Babi, intimandolo a ritornare nei pantani dai quali è venuto.

La fuga, l'arresto e l'accusa: ed ecco che il Babi si ritrova davanti agli avvocati. E qui si entra nel vivo del processo. Beppe Pellitteri, infallibile regista, arriva in platea e con profonda leggerezza e con ironica saggezza, veste i panni del giullare, canta i biellesissimi Uh!, commenta le vicende di cronaca, riprende i politici, ammira l'uomo medio, gran lavoratore. Poi smette gli abiti di scena e veste quelli di avvocato difensore del Babi. La trama lascia spazio alle parentesi, ai balletti, ai canti, ma tutto ruota sull'antica diatriba che separa il Gipin e il Babi: Biella, la nostra città. Bella e onesta, icona del lavoro e della fatica quotidiana, morigerata, Biella ai vertici dell'alta moda con le sue stoffe pregiate, ma una Biella ferma, immobile agli anni che furono. Questa è la Biella del Gipin e del suo avvocato difensore, incapaci di guardare al di là del Mucrone e di spingersi oltre Carisio, conformisti e omologati. Poi c'è l'altra Biella, quella del Babi, quella «grigia e morta, che chiude le finestre alle sette di sera», la Biella che non sa ridere e non sa più cantare, la Biella che non sa amare né la luna né le donne, la Biella che il Babi cerca di pungolare con il suo arrivo e la sua millantata bellezza, il Babi che seduce e che convince, il Babi che lascia sconvolta la Catlina e le sue amiche, con il cuore in fiamme, il Babi che accende l'ira negli uomini, presunti cornuti. Ad avvalorarne la tesi ci pensa un monaco agostiniano, un padre del Settecento che scrisse “Rime sopra il carattere dei Biellesi”: qui si descrive una Biella spietata e senza cuore, altera come il Mucrone; e i Biellesi come specchio della loro città, come coloro che «l'amicizia te la danno, ma se hanno un tornaconto, e poi tutti a Oropa che la Madonna ci fa lo sconto».

Al banco dei testimoni arriva la Catlina, parte offesa, che canta la sua versione dei fatti, senza nascondere una nota di piacere e di sana vanità per le attenzioni del Babi. Il Gipin fa il marito-padrone e suggerisce le battute alla moglie, innamorato della sua donna e dalla sua terra, impaziente di chiudere il processo e la farsa, di mandare al rogo il Babi per poter tornare a Camandona, al suo paese tranquillo e alla sua grigia quotidianità. Ma la Biella che canta il Gipin, la Biella della lana e delle rocche, dei filati e delle fabbriche, non esiste più perché «i milionari biellesi non investono nella città, si godono i soldi lontano da qui». E da qui scocca la freccia infuocata della satira che colpisce, come di consueto, i politici locali: dal provocatore Giacomo Moscarola, alla super querelante Antonella Buscaglia, passando per il sindaco Marco Cavicchioli al quale regalano, distribuendo caramelle blu anche a tutto il pubblico, pillole di Viagra affinché tiri fuori gli attributi e cerchi di risollevare le sorti della città. Veleni anche sul mercatino europeo («perché non farne uno con i prodotti tipici biellesi? I canestrelli, i formaggi?»), sull'ipotetico outlet diffuso («ma dove sono i 25 negozi promessi entro l'estate 2017?») e sul pullulare dei centri commerciali: «forse gli amministratori che parlano di centro hanno confuso il centro città, cuore pulsante, con i centri commerciali che fioriscono in pochi mesi in ogni angolo di Biella».
 
Ovazione del pubblico quando entra scena Patrizia Latini, la maestra “Latini” che arriva in città da Camburzano, in tailleur rosso e borsetta. Lo scorso anno soffriva di gastrite nervosa a causa dei lavori in corso in piazza Duomo. Quest'anno, dimenticati i brutti lampioni, si è presa il mal di pancia una sera sul divano guardando la televisione e ascoltando inorridita la notizia dei “furbetti del cartellino”: una vergogna alla quale però propone una soluzione. «Se ci fosse un portiere che controlla le entrate e le uscite dai palazzi del Municipio? E se dallo stipendio dell'usciere si scalassero le assenze ingiustificate dei dipendenti? Sicuramente ci sarebbe meno omertà e il motto italianissimo “io non ho visto, io non so niente” sarebbe archiviato per sempre».
Il pubblico ride, Biella si diverte. Ma il Carnevale è finito martedì sera, le chiavi della città sono state riconsegnate al sindaco, al cui fianco sedeva lo storico Gipin Ermanno Caneparo, gli attori hanno lasciato nei camerini gli abiti di scena, le maschere hanno salutato la farsa, la gente è tornata alle sue occupazioni. Ma chissà se nella normalità, nella quotidianità, nella vita di tutti, riuscirà a rimanere un coriandolo di Carnevale, una briciola di ironia, una ventata di aria nuova, come vuole il marzo biellese... O se le ceneri del Babi e degli ulivi quaresimali lasceranno ancora una volta la loro grigia scia...
Benedetta Lanza