Una volta i nostri “vecchi” guardavano il cielo per capire quando sarebbe arrivata la pioggia. Oggi, invece, guardiamo il termometro per sapere quanto farà caldo e il contatore dell’acqua per capire quanta ne consumiamo. Sono cambiati i tempi e, con loro, anche il nostro rapporto con il clima e con le risorse naturali.
Il caldo, la crescente frequenza dei periodi di siccità e la gestione di una risorsa fondamentale come l’acqua sono diventati temi centrali del dibattito pubblico.
Per comprendere cosa stia realmente accadendo e quali scenari ci attendano nei prossimi mesi e anni, abbiamo rivolto alcune domande al Colonnello Mario Giuliacci, 86 anni, uno dei volti più autorevoli della meteorologia italiana ed erede della tradizione inaugurata da Edmondo Bernacca. Oggi, con il suo brand MeteoGiuliacci, il Colonnello ha saputo conquistare anche le nuove generazioni, approdando sui social e in particolare su TikTok, dove i suoi video raggiungono spesso centinaia di migliaia di visualizzazioni, con alcuni contenuti che hanno superato il milione.
Colonnello Giuliacci, dopo un’altra estate segnata da ondate di calore e temperature elevate, il 2026 è destinato a entrare tra gli anni più caldi mai registrati?
«Il cambiamento climatico – spiega il Colonnello Giuliacci – sta rendendo le estati italiane sempre più calde e persistenti. Nella classifica delle ondate di calore più intense, il 2003 occupa ancora il primo posto, ma subito dopo compaiono anni molto recenti: il 2025, il 2022, il 2017 e il 2021. Quattro delle cinque estati più calde appartengono agli ultimi anni: un dato che dimostra come non si tratti di episodi isolati, ma di una tendenza ormai consolidata. Per questo motivo è difficile immaginare che il 2026 possa rappresentare un’eccezione. Tra gli elementi più significativi figura anche l’ondata di caldo registrata tra il 1° e il 15 luglio, una delle più intense dell’intero periodo 2000-2025».
Da cosa dipende questa situazione?
«Tutti questi fenomeni sono legati agli anticicloni cosiddetti “nobili”, appartenenti alla fascia subtropicale, compresa tra i 10 e i 30 gradi di latitudine. Lungo questa fascia sono presenti diversi anticicloni permanenti, tra cui quello delle Azzorre, quello del Pacifico, quello dell’Oceano Indiano e quello africano. Lo scioglimento dei ghiacci polari ha favorito soprattutto il rafforzamento dell’anticiclone africano. Il progressivo riscaldamento dell’Artico è infatti molto più rapido rispetto alla media globale: mentre nel resto del pianeta la temperatura è aumentata di circa un grado, nelle regioni polari l’incremento ha raggiunto i 3-4 gradi. La spiegazione è legata all’effetto riflettente del ghiaccio. Le superfici ghiacciate riflettono dal 40 al 70% della radiazione solare, mentre il mare ne riflette appena il 10%. Di conseguenza, quando il ghiaccio si scioglie e lascia spazio all’acqua, gli oceani assorbono molta più energia solare e si riscaldano più rapidamente. Questo processo accelera ulteriormente il riscaldamento dell’Artico e contribuisce a modificare la circolazione atmosferica, favorendo l’espansione dell’anticiclone africano verso il Mediterraneo. Inoltre, anche il ciclo delle stagioni sta cambiando e i fenomeni meteorologici estremi sono in aumento. Si osservano ormai sempre più spesso le cosiddette supercelle, enormi strutture temporalesche caratterizzate da una rotazione interna. Sono proprio queste a generare con maggiore frequenza nubifragi, trombe d’aria, grandinate con chicchi che possono superare i 5 centimetri di diametro e raffiche di vento oltre i 70-80 chilometri orari. Fenomeni che stiamo osservando proprio in questi giorni».
Il Biellese era tradizionalmente considerato un territorio ricco d’acqua. Oggi, però, assistiamo ad alternanze sempre più frequenti tra lunghi periodi di siccità e piogge torrenziali. Come sta cambiando la disponibilità delle risorse idriche nel nostro territorio e quali conseguenze può avere questa situazione, soprattutto per l’agricoltura?
«Guardi, glielo dico senza mezzi termini: con la crescente scarsità d’acqua rischiamo di compromettere seriamente l’agricoltura. È un problema grave, perché, oltre al caldo estivo, dobbiamo iniziare a preoccuparci anche della siccità invernale. La neve che cade durante l’inverno è infatti fondamentale per alimentare i fiumi della Pianura Padana. Per questo il Po e gli altri grandi corsi d’acqua registrano sempre più spesso portate insufficienti, con conseguenze particolarmente pesanti per le coltivazioni. Assistiamo inoltre a un fenomeno significativo: con l’aumento delle temperature, alcune colture tendono progressivamente a spostarsi verso i Paesi del Nord Europa, come Germania, Olanda e Belgio, dove oggi il clima assomiglia a quello che l’Italia aveva circa cinquant’anni fa. Anche la storia lo dimostra. Fino al Medioevo la vite veniva coltivata con successo persino in Inghilterra. Successivamente, con l’arrivo della Piccola Era Glaciale, tra il XVI e il XIX secolo, le temperature si abbassarono e la viticoltura scomparve da molte aree del Paese. Oggi il riscaldamento globale sta nuovamente modificando la geografia delle coltivazioni, spingendole progressivamente verso latitudini più settentrionali. In sostanza, rischiamo di mettere in crisi un settore strategico per l’economia e per l’identità del nostro Paese».
E allora come ne usciamo?
«Poiché il caldo estivo è destinato ad aumentare e, a mio avviso, i programmi sulle energie rinnovabili non stanno dando i risultati sperati, dobbiamo iniziare a progettare e realizzare reattori nucleari di quarta generazione: impianti più piccoli e sviluppati secondo standard di sicurezza nettamente superiori rispetto al passato. Secondo questa prospettiva, ne basterebbero circa quaranta per produrre l’energia necessaria all’intero Paese. In sostanza, non abbiamo molte alternative: dobbiamo accelerare la transizione energetica, valutando tutte le tecnologie disponibili; altrimenti il rischio è destinato ad aumentare».
Quindi ha ragione il ministro Pichetto?
«Certo che sì. Parliamo di ridurre le emissioni di CO2, ma il paradosso è che la Commissione europea, invece di puntare innanzitutto sullo sviluppo delle energie rinnovabili, ha scelto di incentivare la diffusione delle auto elettriche. Immaginiamo di avere oggi cinque milioni di veicoli elettrici: tutti avrebbero bisogno di essere ricaricati e, di conseguenza, di consumare una grande quantità di energia elettrica. Poiché le fonti rinnovabili, allo stato attuale, non sono sufficienti e difficilmente lo saranno nel breve periodo, rischieremmo di dover ricorrere maggiormente all’utilizzo di centrali a gas, con un conseguente aumento delle emissioni di CO2. Nel frattempo, hanno anche compromesso il mercato dell’automobile».
Guardando al futuro, quale scenario ci attende se il riscaldamento globale continuerà con questi ritmi?
«Nei prossimi anni potremmo dire addio al clima del Mediterraneo e ritrovarci con un clima sempre più simile a quello del Marocco: secco e rovente. Se continuiamo su questa strada, gli equilibri naturali rischiano di essere compromessi e potremmo raggiungere il cosiddetto punto di non ritorno. Le faccio un esempio. Immagini una pallina appoggiata all’interno di una conca. Ogni anno riceve una piccola spinta, che rappresenta l’aumento della temperatura media. Finché la pallina rimane nella conca, il sistema mantiene un certo equilibrio; ma quando supera il dosso e cade nella conca successiva, tornare indietro diventa estremamente difficile».
Secondo lei, quando potremmo raggiungere realmente questo punto di non ritorno?
«Entro i prossimi vent’anni, se non si interviene subito».
Quindi, considerando che nei prossimi 5-10 anni la situazione difficilmente migliorerà, dobbiamo prepararci a convivere sempre più spesso con periodi di caldo intenso, siccità, temporali violenti, grandinate e trombe d’aria?
«Sì, dobbiamo rassegnarci a convivere con questi fenomeni».
Michele Porta
porta@ecodibiella.it