Fu un concerto indimenticabile per molti dei millequattrocento spettatori accorsi al chiostro di San Sebastiano giovedì 20 luglio 1989. Sul palco c’erano Francesco Guccini e la sua band: Guccini, straordinario, vivace, imbattibile, avrebbe meritato uno spazio diverso e più adeguato, invece della piccola arena estiva biellese.
«È inammissibile proporre un concerto come questo in un luogo così piccolo» sostenne molta gente, in attesa davanti all’ingresso per entrare. Ma chi, già da un’ora abbondante prima dell’inizio del concerto, fissato per le 21, era sprovvisto di biglietto si trovò di fronte a una situazione imbarazzante. «Fanno entrare soltanto quelli con il biglietto già acquistato in prevendita; per noi non c’è ormai nessuna possibilità di ottenerli».
Come si rese possibile una situazione simile? Il chiostro di San Sebastiano era omologato, per gli spettacoli cinematografici, per un massimo di ottocento persone. Per il concerto di Guccini, gli organizzatori avevano «strappato» una licenza «straordinaria»: 1200 paganti, più gli omaggi, per un totale di 1400.
Le norme di sicurezza avevano il loro peso. «Ma allora come mai – protestò il pubblico – dopo si sono venduti biglietti come fossimo al mercato e neppure di nascosto, all’entrata, creando ulteriore confusione? Quando poco prima ci era stato detto che non ci sarebbe stato più posto?».
E la gente si ingegnò, come succede sempre in casi simili. Si arroccò per un po’ sui muri, poi, «visto che neppure lì potevamo stare, hanno “preso d’assalto” il vicino centro anziani e si sono intrufolati».
«A Biella capitano queste cose assurde – si sfogò un giovane – perché mancano strutture adeguate. Ci vorrebbe il tanto atteso palazzetto o lo stadio».
In questa situazione non si trovò soltanto il pubblico. Anche la stampa, convocata dopo la fine del concerto per la conferenza di Guccini, era stata obbligata a lavorare in condizioni disperate, dietro al palco, con gli «ultras» del cantautore emiliano che premevano e che, poco dopo, avrebbero visto gratificati i loro sforzi: «toccare» il loro mito, farsi firmare un autografo al buio.
Un po’ meno contenti eravamo noi, praticamente cacciati. «Fate presto, dobbiamo andare» continuavano a ripeterci le guardie del corpo di Guccini.