Ieri in tribunale

Torture in carcere, il teste chiave vacilla in aula: «Non ricordo»

Alle numerose domande degli avvocati e del giudice rispondeva: «Non so, ero sotto l'effetto degli stupefacenti».

Torture in carcere, il teste chiave vacilla in aula: «Non ricordo»

Il caldo soffocante dell’aula è stato quasi un elemento di contorno rispetto alle difficoltà emerse durante l’udienza di ieri del processo sulle presunte torture nel carcere di Biella. Dopo l’udienza in cui era stato udito un altro detenuto, Ossama Bourzaik, ieri al centro della giornata c’era la deposizione di Irakli Catcharava, il detenuto georgiano di 38 anni che, secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe subito gli episodi più gravi e sul cui racconto si fonda una parte rilevante del procedimento a carico dei 25 agenti della polizia penitenziaria.

Torture in carcere, il teste chiave vacilla in aula

La sua deposizione, però, è stata costellata da continui vuoti di memoria. A gran parte delle domande formulate dal procuratore capo Mario Andrigo, ma soprattutto a quelle dei difensori, la risposta è stata sempre la stessa: «Non ricordo, all’epoca ero sotto l’effetto degli stupefacenti». Una spiegazione ripetuta così tante volte da spingere lo stesso presidente del collegio, Adriano Bollani, a intervenire più volte per capire se il teste non fosse realmente in grado di ricostruire gli episodi oppure se faticasse a comprendere la lingua. Anche in quel caso la replica è rimasta invariata: «Non ricordo».

Alle domande della difesa, la stessa risposta: «Non ricordo»

Le difese degli imputati hanno chiesto a turno di poter far chiarezza su alcuni passaggi ritenuti chiave dalla Procura di Biella, facendo domande al detenuto, ma anche in questo caso la maggior pare delle volte la risposta è stata la stessa: «Non ricordo, ero sotto l’effetto di stupefacenti». Rilevanti le domande dell’avvocata Alessandra Guarini, che diario clinico carcerario alla mano ha fatto emergere le sostanze (cocaina ed eroina) da cui il detenuto era dipendente e per le quali soffriva (a dir dello stesso Catcharava) di sintomi di astinenza. A queste sono seguite quelle dell’avvocato Andrea Conz, che ha invece puntato sui verbali dell’arresto del detenuto: in quell’occasione, secondo il verbale presentato dall’avvocato, vi sarebbe stata una colluttazione e uno dei due georgiani fermati insieme a lui avrebbe riferito che Catcharava lamentava già dolori fisici. Una circostanza che, se confermata, potrebbe offrire una diversa spiegazione almeno per una parte delle lesioni documentate successivamente.  La difesa si è concentrata anche sulla credibilità del detenuto: Catcharava ha negato in aula di aver creato particolari problemi durante la permanenza nel carcere di Biella, sostenendo invece di essere stato preso di mira dagli altri detenuti, che avrebbero addirittura fatto una petizione per allontanarlo dal padiglione Mucrone del carcere: «Ce l’avevano con me perché non volevo comprare droga da loro – ha dichiarato all’avvocato Luca Libra, che difende il commissario Antonio Pisa che lo incalzava – in carcere a Biella funzionava così».

La versione del detenuto

Nel corso dell’esame il detenuto è riuscito a ricordare soltanto alcuni passaggi. Ha raccontato di essere stato colpito con pugni da «un agente pelato» che gli avrebbe detto: «Adesso ti faccio capire come funziona il carcere da noi». Molto più sfumati, invece, gli altri aspetti dell’accusa: sul presunto coinvolgimento del commissario Antonio Pisa, sull’uso dei manganelli, sul trascinamento seminudo e sulle altre violenze contestate le risposte sono state spesso vaghe o accompagnate da continui vuoti di memoria. Per cercare di ricostruire gli eventi, il pubblico ministero ha contestato al testimone le dichiarazioni rese nel 2022 e gli ha mostrato i filmati della videosorveglianza, nei quali compare ammanettato con le mani dietro la schiena mentre viene accompagnato dagli agenti. Neppure le immagini, tuttavia, sono bastate a restituire un racconto lineare e coerente della vicenda.

Molti dubbi sull’esito del processo

Una deposizione che lascia quindi interrogativi aperti e che potrebbe incidere sul prosieguo del dibattimento, soprattutto per le contestazioni più gravi, sulle quali l’accusa dovrà ora cercare ulteriori riscontri.