Le carte prepagate erano intestate a nomi diversi, ma – secondo l’accusa – venivano usate sempre dalle stesse persone. È da qui che partì la vicenda terminata ieri in tribunale a Biella con una sentenza di condanna per evasione fiscale. Secondo la Guardia di Finanza di Biella, che aveva avviato le indagini nei confronti di due imprenditori biellesi rivenditori di sigarette elettroniche e relativi accessori, F.B. e G.B., rispettivamente 51 e 74 anni, difesi dagli avvocati Filippo Vallini e Marco Bozzalla, il sistema da loro ideato serviva a frammentare i movimenti di denaro e a rendere più difficile collegarli direttamente agli effettivi utilizzatori e consentì, almeno in un primo momento, di evadere il fisco per oltre 4 milioni di euro.
Come è nata l’indagine
A far emergere il caso nel 2023 erano stati gli accertamenti della Guardia di Finanza di Biella, che aveva ricostruito una serie di movimenti finanziari considerati anomali. Al centro dell’indagine, battezzata all’epoca come “Free Svapo”, l’utilizzo di almeno 22 carte prepagate intestate a diverse persone: uno strumento che, sempre secondo l’accusa, permetteva di spezzare i flussi di denaro e renderli meno evidenti. A questo si affiancava l’uso di piattaforme digitali come PayPal per incassi e pagamenti, riducendo la presenza di documentazione tradizionale. Un altro tassello riguarda due società formalmente con sede in Spagna ma ritenute operative in Italia: per la Procura, servivano a beneficiare di un regime fiscale più favorevole solo sulla carta.
Il meccanismo per aggirare il fisco
Nel complesso, gli investigatori delle Fiamme gialle hanno ipotizzato un sistema costruito su più livelli: strumenti di pagamento distribuiti su più intestazioni, transazioni digitali e una gestione contabile ritenuta non aderente alla realtà. Secondo l’accusa, questo avrebbe portato a dichiarare meno ricavi di quelli effettivi e a versare meno IVA, con importi ritenuti rilevanti negli anni contestati. Il quadro è stato poi portato in tribunale, dove è stato valutato nel dettaglio.
La decisione del tribunale
Il giudice ha riconosciuto la responsabilità degli imputati per l’evasione dell’Iva dal 2016 al 2020, ma ha anche escluso una parte delle contestazioni, arrivando in alcuni casi all’assoluzione e, per i fatti più risalenti, alla prescrizione. Le pene sono diverse: per F.B. 2 anni e 6 mesi, trasformati in lavoro di pubblica utilità per circa 1.800 ore; per G.B. 1 anno, 6 mesi e 20 giorni, con pena sospesa. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 60 giorni: in seguito i legali potrebbero valutare di presentare appello.